Chi vuole combattere fino alla fine, chi spera che finisca presto e chi sa già che, quando finirà, si ritroverà una situazione disastrosa a cui far fronte. La pace in Ucraina è lontana e all’interno delle mura del Cremlino, l’élite russa inizia a dividersi come mai si sarebbe pensato. Siloviki (ex funzionari di intelligence e delle forze armate assurti ai posti più alti nelle istituzioni), oligarchi o «semplici» tecnici, un tempo indistintamente al fianco del presidente Vladimir Putin, adesso si chiedono cosa resterà del sistema del potere messo in piedi a partire dal 2000.
Posto che, nella Russia di oggi, dissentire apertamente significa, nella migliore delle ipotesi, essere costretti a prendere la via dell’esilio sul modello di Anatolij Chubais. Si rimane, dunque, mettendosi una mano sul cuore e l’altra sull’icona presente nelle case di tutti i russi, pregando, se non per la vittoria, almeno per la fine.
I più coscienziosi sono seriamente preoccupati anche per il Paese. Fra questi, ci sono soprattutto le figure economiche più importanti del Paese: la governatrice della banca centrale, Elvira Nabiullina e il premier Mikhail Mishustin. Tutti e due stimati economisti, tutti e due con il terrore che i guai per il Paese siano solo all’inizio. La prima ha provato a dimettersi quattro volte ed è alle prese con l’impatto che le sanzioni stanno avendo (e avranno) sull’economia nazionale.
Il secondo, scelto da Putin nel 2020 per dare vita a un sistema di pmi si ritroverà, metaforicamente, più che a creare un sistema economico nuovo, a mettere insieme un cumulo di macerie. Fra i seriamente preoccupati (questa volta per i fatti loro) e contrari al proseguimento del conflitto ci sono gli oligarchi. Che non sono più quelli dell’epoca eltsiniana, ma che sono sempre di più interessati dai pacchetti di sanzioni varati dall’Unione Europea. Fra questi ci sono gli uomini più ricchi del pianeta, spesso residenti fuori dalla Russia e che vivono con particolare disagio questa svolta di Putin.
Ma la vera battaglia è fra quelli che si trovano nel terzo cerchio delle persone che ruotano attorno allo zar più in difficoltà di tutte le Russie: siloviki, uomini di fiducia a capo delle grandi aziende di Stato e qualche new entry. Qui, oltre che fra sereni e preoccupati, ci si divide fra chi sarebbe a favore di una mediazione e, in determinate situazioni, tipo una disfatta in Ucraina, potrebbe pensare di tirare una spallata al capo del Cremlino e chi invece vuole continuare a combattere finché non si otterrà sul campo un risultato che giustifichi quella che in Russia chiamano «l’operazione militare speciale» in Ucraina.
Fra i realisti, ossia quelli a favore del negoziato, seppure a condizioni non umilianti, ci sono nomi pesanti, primi fra tutti Igor Sechin e Sergheij Chemezov, rispettivamente amministratori delegati della compagnia petrolifera Rosneft e di Rostec, holding statale attiva nei settori dell’industria di difesa e dell’alta tecnologia.
Nonostante le sue dichiarazioni, fra i propensi a una mediazione, c’è anche il ministro degli Esteri, Sergheij Lavrov, che, a guerra finita, vorrebbe andare in pensione, cosa che prova a fare da qualche anno, ma alla quale deve sempre rinunciare su richiesta di Putin.
In bilico, ci sono i due nomi a cui il presidente deve stare più attento e che sono Nikolaij Patrushev, capo del consiglio di sicurezza e Aleksandr Bortnikov, capo dell’Fsb, il servizio segreto che ha preso il posto del Kgb. Entrambi amici di Putin da lunga data, lo aiutano nella gestione del potere e ne sono in parte garanti. Favorevoli alla guerra in Ucraina al suo inizio, stanno cambiando idea visti i risultati sul campo e quando sta venendo a costare in termini economici e di vite umane.
Ci sono infine due figure fuori dai corridoi del potere in senso stretto, ma assolutamente parte dell’élite russa, che sono pronti a seguire Putin fino all’ultimo (e secondo qualcuno anche a prenderne il posto). Questi sono Evgenij Prigozhin e il presidente della Cecenia, Ramazan Kadirov. Il primo è il proprietario della Wagner, l’esercito privato più grande del mondo, con circa 34mila soldati. Partito dall’industria della ristorazione, alle cronache è noto come «il cuoco di Putin», i soldi li ha fatti con l’industria della disinformazione (è infatti il proprietario della «fabbrica dei troll» di San Pietroburgo) e soprattutto con il settore militare. Il presidente della Cecenia ha inviato al fronte migliaia di uomini ed è accusato dei peggiori crimini contro i diritti umani. Con due alleati così, Putin forse non vincerà la guerra, ma ha qualcuno che lo può difendere, quando, prima o poi, partirà la fronda per destituirlo. (riproduzione riservata)