Le speranze del nostro sistema economico di uscire in fretta e bene da questa crisi grave e prolungata sono affidate a quel piano di rilancio ideato dal governo Draghi, il cui successo non dipende soltanto dall’importanza dei flussi finanziari e dai settori a cui è destinato, ma anche (e, forse, soprattutto) dalle attitudini e dalle qualità di chi dovrà darvi attuazione. Chiediamoci oggi quante imprese saranno coinvolte nella transizione ecologica, nell’implementazione della qualità dell’abitare e delle infrastrutture sociali, quante nel rinnovo della mobilità, quante nella digitalizzazione della logistica dei porti e della sicurezza stradale, quante nella tutela delle risorse idriche e così via elencando. Se prima della crisi le nostre imprese di ogni dimensione erano circa 4 milioni e 300 mila, dobbiamo pensare che la gran parte di queste (quelle sopravvissute, evidentemente) sarà direttamente o indirettamente interessata al rilancio. E dunque saranno gli amministratori di queste società e tra questi, in primo luogo, i presidenti dei cda che dovranno dare gambe al progetto e ne saranno responsabili. Sarà la loro attitudine alla correttezza gestionale, alle scelte libere da condizionamenti, non solo dalle pressioni malavitose, ma anche da quelle di chiunque intenda distrarre risorse. A volte queste pressioni sono esercitate dalla politica meno nobile e cioè da quella partitica. E giacché le prime imprese beneficiarie degli investimenti saranno quelle a partecipazione pubblica, il presidente e gli amministratori di queste imprese dovranno avere una forte attitudine all’indipendenza e una forte autonomia decisionale per sottrarsi alle relazioni pericolose con il potere dei partiti o delle lobby politiche.
Il socio pubblico avrà naturalmente facoltà di indicare soluzioni ai presidenti e agli amministratori di queste società, come avviene da parte dei soci di maggioranza di tutte le imprese. Ma saranno gli amministratori a vagliarne l’utilità e la proficuità per l’interesse sociale, affermando così la propria autonomia da ogni suggestione fuorviante, compresa quella politica. A loro si chiede inoltre di possedere la capacità di controllare il modello organizzativo dell’azienda e di gestirne i rischi. Insomma, il presidente e gli amministratori debbono essere in grado di esprimere (e godere di) un valore reputazionale che li ponga al di sopra di ogni tentazione e che consenta loro di amministrare senza incorrere in conflitti di interesse, rispettando chi lavora nelle imprese, la comunità e il territorio circostante. I valori dell’impresa restano il riferimento esclusivo per un buon governo delle aziende, che saranno chiamate a realizzare il piano di rilancio della nostra economia. Gli interpreti di quei valori sono i soggetti che, con deleghe o senza deleghe operative, diverranno attori e testimoni di un fondamentale rinnovo di una parte importante della società italiana. Le nostre aziende sono governate e possedute da imprenditori diversi, che amministrano imprese di dimensioni molto diversificate, dalla microimpresa alla multinazionale. Tutti accomunati dalla volontà di esprimere positivamente la loro leadership. Si ricorda spesso quanto hanno realizzato dal ’45 al ’60, periodo in cui perseveranza e voglia di fare consentirono all’Italia di passare da paese povero ad arretrato a quinta potenza industriale del mondo. Forse quello sforzo è irripetibile, come lo sono i risultati raggiunti allora. Ma è consentito sperare che la classe imprenditoriale non deluda le grandi aspettative che il Paese ripone in una ripresa duratura e sostenibile. (riproduzione riservata)