Geopolitica economica e finanziaria. Quanto il riarmo europeo obbligato dalla pressione statunitense in sede Nato per motivi di rischieramento delle forze per deterrenza nel Pacifico potrà avere un impatto reindustrializzante e competitivo? Cioè, quanto burro potrà essere estratto dai cannoni? Dipende dal tipo di cannoni, cioè se vecchio o futurizzante, dall’ampiezza dell’alleanza che li produce e impiega e da quanto sarà esteso in modo integrato il concetto di sicurezza.
Nei calcoli va inserita un’evoluzione della guerra e della sicurezza dove la nuova robotica eso, endo, aerea, sub e cognitiva rende sia obsoleti una gran parte degli strumenti militari esistenti sia necessario caricare di nuove capacità le piattaforme difensive. In gergo, le nuove lance hanno più capacità penetrative nei confronti dei vecchi scudi. Il tema è già allo studio delle Forze Armate e dell’industria militare, ma annoto che da circa un anno una parte notevole dell’industria civile europea sta valutando produzioni militari e duali.
La nuova dottrina? Scudi più resistenti e nuove lance più capaci di produrre deterrenza. Inoltre, vista la dipendenza dell’industria europea dal ciclo mondiale dei commerci, la deterrenza e politica di sicurezza europea deve estendersi a livello globale. Ciò porta alla necessità di rivedere il perimetro difensivo Nato ben oltre l’area euroatlantica.
In parte tale scenario è già in preparazione, per esempio la partecipazione da tempo come osservatori (e partner industriali) ai summit Nato di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Non è ancora probabilizzabile l’architettura dettagliata di un sistema difensivo delle democrazie e nazioni compatibili sul piano globale, ma sta prendendo probabilità prevalente la tendenza a una collaborazione industriale ed operativa con standard comuni e sistemi convergenti.
Tale orizzonte promette nei prossimi 15 anni un mercato militare e della sicurezza molto ampio con un traino per quello civile sia innovativo sia reindustrializzante. In altri termini, la spesa pubblica militare avrà un forte potenziale moltiplicativo. Inoltre, la concentrazione di investimenti per innovazioni di superiorità tenderà ad effetti futurizzanti diffusi.
È presto per dettagliare i contributi di questo settore ai pil nazionali perché il calcolo dipende da quanto le singole nazioni useranno la spesa militare e di sicurezza per politiche assistenziali, per esempio più personale, o supercompetitive, per esempio robotizzazione estesa. Ma, in generale, ora è prevedibile un forte contributo della spesa militare e di sicurezza alla crescita economica complessiva delle democrazie da cui derivare strategie finanziarie lunghe.
L’Italia? Deve fare attenzione alla concorrenza da parte delle nazioni che stanno interpretando lo scenario qui detto come motivo per diventare «negozi globali delle armi», in particolare Germania e Stati Uniti. Soluzione? Scelta rapida dei settori dove collaborare e dove competere.
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