Nell’ultima settimana il presidente Donald Trump ha innescato una tempesta sul mercato obbligazionario, salvo il leggero recupero sul finale di venerdì 23 maggio dopo la minaccia di portare al 50% i dazi per l’Ue. Il nuovo piano fiscale dell’amministrazione Usa ha provocato un’ondata di vendite sui bond americani con conseguente caduta dei prezzi e aumento dei rendimenti dato che i due valori sono inversamente correlati. Oltretutto il provvedimento di Trump è arrivato all’indomani del taglio del rating di Moody’s che venerdì 16 maggio lo ha portato dal massimo della tripla A ad Aa1. Nonostante ciò Trump è andato avanti con i tagli fiscali e giovedì 22 maggio la Camera li ha approvati, innescando preoccupazioni sulla sostenibilità del già elevato debito Usa. Risultato: il rendimento del T-Bond a 30 anni ha superato il 5%, mentre la scadenza dei 10 anni è salita al 4,5%. Vendite che non hanno risparmiato i Bund tedeschi (già in tensione a metà marzo per il lancio del maxi piano di spesa sulle infrastrutture da 500 miliardi di euro). Quelli a dieci anni sono saliti fino al 2,7%, prima di scendere attorno al 2,6%, dopo il blitz sui dazi europei. Il Btp a dieci anni è cresciuto al 3,7% e attualmente è poco sopra il 3,6%. Con questi rendimenti il T-Bond fa concorrenza ai titoli di Stato della zona euro, in primis i Btp. Cosa fare? MF-Milano Finanza lo ha chiesto a Iain Stealey, responsabile degli investimenti per i bond e le valute di Jp Morgan Asset Management.
Domanda. Partiamo dalla prima notizia che ha riportato sotto i riflettori il vecchio problema dell’elevato debito Usa: Moody’s ha tolto la tripla A al Paese che aveva dal 1919. Se lo aspettava?
Risposta. Non penso che sia davvero una notizia, perché alla fine si tratta della terza grande agenzia di rating a tagliare. S&P e Fitch avevano già fatto in passato la stessa cosa. Quindi ci aspettavamo che Moody’s prima o poi si fosse allineata alle altre.
D. Ci saranno altri tagli nei prossimi mesi?
R. Non credo nei prossimi mesi. Certo, molto dipenderà da cosa faranno gli Usa a livello fiscale dopo il piano di questi giorni. Ma d’altra parte penso che ciò che abbiamo imparato è che l’amministrazione Trump lancia annunci aggressivo all'inizio, poi si ferma e inizia a fare passi indietro. Però non abbiamo ancora visto l'impatto che i dazi avranno sull'economia. Penso che questa sia la grande domanda che dobbiamo porci: cosa è probabile che accada in futuro? Non lo sappiamo e dobbiamo farcene una ragione.
D. Perché i rendimenti dei titoli di Stato Usa a 30 anni sono balzati sopra il 5%?
R. Perché? Beh, c'è stato l’annuncio di Moody’s dopo la chiusura delle borse di venerdì 16 maggio e poi sono iniziate le discussioni che hanno portato alla Camera Usa il provvedimento di Trump sui tagli fiscali (approvato giovedì 22 maggio, ndr). Un piano che aumenta il deficit. Quindi c'è stata una rivalutazione dei rendimenti a lungo termine. Il 5% è un livello psicologico. Detto questo può essere considerata una soglia di acquisto ragionevole. La gente si chiede: "Posso ottenere un rendimento del 5% dal debito governativo Usa per i prossimi 30 anni? Non è male”.
D. Ma per gli investitori europei in titoli di Stato Usa, bisogna considerare il cambio con il dollaro, no?
R. Esatto.
D. Il dollaro secondo voi è destinato a deprezzarsi ancora rispetto all’euro. Quanto costa coprire il cambio?
R. Circa il 2,25%. Quindi se hai un Treasury decennale al 4,5% e togli il 2,25% per la copertura, ti resta circa il 2,25%. Paragonando Germania e Usa, con il dollaro coperto, il rendimento in corso di un titolo di Stato americano non è così interessante e ancora meno rispetto al 3,6% dei Btp. A meno che non si pensi che l’economia Usa rallenterà in modo deciso o andrà in recessione.
D. In che senso?
R. C’è un potenziale di rivalutazione: in quel caso i prezzi salirebbero perché la banca centrale sarebbe costretta a tagliare i tassi più aggressivamente di quanto è attualmente previsto. Oggi i tassi della Fed sono nell’intervallo del 4,25-4,5%. Il mercato prevede un calo fino a 3,5%. Non sto dicendo che scendano a zero, ma se dovessimo avere una recessione, mi aspetterei che fossimo sotto il 3%. Questo livello non è scontato oggi nei prezzi delle obbligazioni.
D. Ma il progetto di legge sul bilancio degli Stati Uniti sta aumentando il deficit. Come si pone di fronte a questo rischio?
D. Per gli Usa è importante avere un rendimento del titolo di Stato a dieci anni il più possibile stabile perché le finanze delle aziende e di molte famiglie dipendono da quel tasso. Ma sappiamo tutti che il deficit degli Stati Uniti è molto elevato. E con ulteriori tagli fiscali salirà ancora. Quindi questo cosa significa per i portafogli? Preferisco i tassi statunitensi di breve periodo. Siamo a nostro agio a stare sulle scadenze tra i cinque e i sette anni, questa parte della curva è più sensibile alle azioni delle banche centrali rispetto a quella lunga che dipende di più dalle esigenze fiscali a lungo termine, come abbiamo visto.
D. Allora in generale cosa dovrebbe fare un investitore nel mercato obbligazionario?
R. Una strategia diversificata: Treasury Usa, Bund, obbligazioni corporate. Poi si può aggiungere un po’ di high yield. Un rendimento del 5% in dollari, o del 3% in euro, sembra ragionevole.
D. E i Btp?
R. Il sistema europeo è più coordinato rispetto al passato, quindi le preoccupazioni sui Btp si sono ridotte. Lo spread di 100 punti base non è elevato, ma se lo ricevi ogni anno per cinque anni, è un +5%.
D. Lo spread tra Btp e Bund scenderà ancora?
R. Non vedo catalizzatori per grossi cambiamenti. Se la Germania deve emettere più titoli, anche i Bund saliranno di rendimento. E ciò spingerà anche i Btp in alto: c’è una correlazione positiva. (riproduzione riservata)