La scorsa settimana sono arrivate delle cattive notizie dalla Mongolia Interna: apparentemente i dati economici non hanno alcun senso. La remota provincia della Cina Settentrionale, famosa per le sue vaste pianure che ricordano il Midwest americano, ha fatto sapere che la crescita della produzione industriale del 2016 è stata sovrastimata del 40%, mentre gli introiti dello Stato sono stati gonfiati di non meno del 26%.
Quest’ultima rivelazione sulla manipolazione dei dati nell’ex Celeste Impero, che segue un’ammissione analoga da parte della provincia di Liaoning, avvenuta l’anno scorso, rischia di rinnovare le preoccupazioni dell’Occidente a proposito della natura unica - stile colpo di tosse - dei dati economici cinesi. Gli accademici contestano incessantemente le implicazioni dei dati europei, giapponesi e degli Stati Uniti, ma pochi ne mettono in discussione la fondamentale correttezza. In Cina, l’assunto predominante è l’opposto: le cifre relative al pil e alla crescita industriale sono considerate inaffidabili. La mancanza di fiducia ha stimolato lo sviluppo di un sottobosco di indagini indipendenti e parametri alternativi.
Malauguratamente, i funzionari locali hanno un forte incentivo a sopravvalutare la crescita, in particolare nelle più povere regioni dell’area settentrionale e occidentale, che dipendono dall’industria pesante. La buona notizia è che vi sono minori tracce di una diffusa manipolazione dei dati nelle zone costiere, come Guangdong e Jiangsu, che effettivamente trainano l’economia del Paese.
I numeri relativi alla crescita nazionale sono quasi certamente rimaneggiati, dunque sono un indicatore sfalsato, ma si allineano ancora relativamente bene ai parametri indipendenti, tra cui i cambiamenti nell’intensità della luce notturna rilevati da satellite. Così anche altri dati ufficiali, come il prestito bancario. Dalla crisi finanziaria globale il credito è aumentato più rapidamente della produzione, causando il noto problema del debito cinese, ma nel complesso il senso di marcia continua a sembrare analogo. Il vero problema dei dati riguarda l’entroterra povero e molto dipendente dalle materie prime e dal settore secondario, in cui la crescita è più ciclica e i cui funzionari sono sottoposti a una maggiore pressione al ritocco dei numeri. Il tasso di crescita della Mongolia Interna mostra che il polo carbonifero e delle infrastrutture ha sovraperformato durante il boom delle materie prime e del mercato dell’edilizia residenziale alla fine degli anni 2000, ma poi ha fatto in modo assai improbabile durante il crollo delle materie prime del 2015. Nella rivale provincia del carbone dello Shanxi la crescita è crollata durante lo stesso periodo. Anche i più granulari dati nazionali cinesi, come il traffico merci e la produzione di elettricità, evidenziano un forte calo.
La lezione è che il pil cinese rappresenta un indicatore ragionevole a lungo termine delle tendenze generali, ma non è particolarmente utile per cogliere i mutamenti ciclici, in parte perché i dati delle economie interne più volatili e meno diversificate possono essere truccati in caso di forti rallentamenti.
Invece, gli investitori dovrebbero guardare i numeri cinesi che si allineano meglio con il commercio globale e i trend dei prezzi - come i volumi di credito, il traffico merci, gli investimenti immobiliari e la produzione di esportazioni chiave, quali le apparecchiature per telecomunicazioni.
Spesso l’economia cinese è ancora una scatola nera agli occhi degli stranieri, ma ci sono molti spiragli di luce, se si sa dove guardare.
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