Il principe Mohammed bin Salman era adolescente quando si rese conto che suo padre, Salman bin Abdulaziz, era un pezzente, secondo gli standard reali sauditi. Mentre altri figli del fondatore dell’Arabia Saudita si arricchivano grazie agli affari, l’allora governatore della capitale manteneva la famiglia con l’elemosina del fratello, il re. Mohammed decise che le cose dovevano cambiare. Vent’anni dopo Salman è re e il principe ereditario è intento a reprimere la corruzione e riformare l’economia saudita secondo linee più moderne, oltre a essere incredibilmente ricco. Negli ultimi anni ha comprato uno dei più grandi yacht al mondo, una reggia in Francia e un dipinto di Leonardo da Vinci da 450 milioni di dollari, poi donato agli Emirati Arabi. Il modo in cui si è arricchito è l’emblema della commistione a livelli mai visti in Occidente tra economia di mercato e presenza dello Stato. Se è noto da tempo che la famiglia reale trattiene parte dei proventi da petrolio, altri traffici che coinvolgono il ramo dominante della famiglia sono privilegio di un circolo più ristretto.
Lo Stato saudita moderno nacque nel 1932, quando Abdulaziz ibn Saud unì due regioni della penisola arabica e divenne il primo re. Di lì a poco i geologi americani avrebbero scoperto il petrolio nel deserto. Figli e nipoti di Abdulaziz avviarono società per trarre profitto dal loro potere politico. La prassi continuò dopo la sua morte nel 1953. Un principe deteneva l’unica licenza per la posta celere tramite una jv con Dhl (ora di Deutsche Post).
Ma Salman non si era concentrato molto sul business: mentre i fratelli costruivano fortune, si dedicava al potere. Per 48 anni fu governatore di Riyadh, sovrintendendone l’espansione da polverosa enclave nel deserto a metropoli dai moderni grattacieli e ampi viali. Diede priorità all’istruzione dei figli: uno dei fratellastri del principe Mohammed divenne astronauta e un altro docente a Oxford.
Era il 2000 quando il principe adolescente fece una scoperta sconvolgente: suo padre non era ricco. Salman si manteneva con i soldi del fratello, re Fahd. Per quanto nello sfarzo, viveva alla giornata. In cerca di indipendenza finanziaria, Mohammed raccolse circa 100 mila dollari per investire in azioni saudite. Continuò a fare trading al college e alla scuola di legge. Nei primi anni di questo decennio fu nominato in una serie di posizioni governative e fece miliardi di ryial sauditi in borsa. Poi, l’evoluzione. Da documenti locali compaiono partecipazioni in almeno cinque società immobiliari, oltre a un’azienda di servizi di riciclaggio. È proprietario del 20% di Watan Industrial Investment, che fornisce aziende statali tra cui Aramco. La tech company Jawraa, controllata dai due fratelli minori, nel 2014 è stata insignita di un’ambita licenza per la banda larga. Una società, Tharawat è un attore chiave nel business di famiglia. Uno dei fratelli minori, Turki bin Salman, ne possedeva il 99% un anno fa, Un altro, Naif, il restante 1%. In pratica, il principe Mohammed controlla e beneficia degli affari di Tharawat che ha interessi in allevamenti ittici, immobili, servizi tecnologici, commercio di materie prime e ristoranti. Ha un parco uffici a Riyadh. Il sito di un veicolo di investimento, Nasaq Holding, recita «seguiamo il decimo piano di sviluppo del governo, con investimenti per 358,2 miliardi di dollari nell’immobiliare». Inoltre, Tharawat ha collaborato con Ochsner Health System a New Orleans per il trasporto negli Usa di sauditi per trapianti di organi. Ma la compagnia di bandiera, Saudia Airlines, offrì a Tharawat un’altra ghiotta opportunità. Nel 2014, su consiglio di esperti occidentali, si accordò con Airbus per rivitalizzare la flotta. L’accordo avrebbe fornito dozzine di jet finanziati dal Pif. Accettando in anticipo di prendere 50 aerei avrebbe ottenuto uno sconto maggiore. Come molti altri in cerca di alternative al saturo mercato real estate, la famiglia di Mohammed stava valutando un investimento nel settore mentre le linee aeree cercavano di alleggerire i bilanci noleggiando jet piuttosto che acquistarli.
Nel 2014 Tharawat acquisì il 54% nella Quantum Investment Bank di Dubai, istituto di scarsa capacità di deal-making. Turki divenne presidente di Quantum, che con un’altra piccola banca formò una società chiamata International Airfinance Corp (Iafc) per entrare nel leasing di jet, diventando gestore di un fondo denominato Alif, strutturato in conformità ai dettami del Corano sugli interessi. Airbus accettò di investire 100 milioni di dollari in Alif in cambio dell’esclusiva. Il 23 giugno 2014, Airbus e Iafc annunciarono a Londra il nuovo fondo, che puntava a raccogliere 5 miliardi di dollari in azioni e bond.
Nel gennaio 2015 re Abdullah morì e l’accordo originale si bloccò. Poco dopo Salman salì al trono, i funzionari sauditi comunicarono ad Airbus il nuovo piano: al posto di vendere i jet al governo saudita, Airbus li avrebbe venduti ad Alif che a sua volta avrebbe affittato gli aerei a Saudia. Pare che questa avesse respinto le avances di chi offriva tariffe competitive.
Il vicepresidente Abdulrahman Altayeb ha dichiarato in una e-mail che «l’operazione di acquisto era conforme alle procedure interne, tra cui una revisione del prezzo del leasing per renderlo competitivo con il mercato, dato che i tempi di consegna degli aerei era in linea con i requisiti del piano di flotta». All’epoca dell’accordo alcuni dirigenti di Airbus avevano riserve perché l’azienda aveva subito in Occidente indagini per corruzione all’estero, inclusa una del Serious Fraud Office del Regno Unito per tangenti da parte di una controllata araba, e non voleva altri problemi. Alla fine cedette: era uno dei più grandi affari dell’anno. Gli interessati erano entusiasti per la presenza del principe saudita, in quanto mitigatore del rischio.
I documenti visionati dal Wsj e interviste a persone coinvolte descrivono una complessa catena di transazioni che giovano a Tharawat. Ma il primo anello è Quantum, che aveva organizzato il finanziamento dell’acquisto degli aerei, ricevendo una somma per ogni tranche di risorse raccolte. Fino al 2017 Alif raccolse circa 4 miliardi di dollari, che utilizzò per acquistare aerei Airbus a più del 60% di sconto. Affittando gli aerei a Saudia a prezzo di mercato, il rendimento era del 15%, contro una media del 7-9%. Il vantaggio di Iafc è immenso: pur non investendo nel fondo avrà il 35% degli utili oltre il 7% di rendimento sull’investimento e il 50% degli utili superiori al 10%. Per Aldo Giovannitti, esperto di aviazione per la Banca Mondiale, «un tasso standard sarebbe del 10-20%». Né Quantum né Turki sono soci di Iafc, registrata alle Isole Cayman e di cui non è svelata la proprietà. Ma le operazioni di Iafc sono intrecciate con quelle di Quantum, il cui ad è anche socio accomandatario di Iafc, e le due condividono il personale. Il deal fu stretto da Mohammed nel 2015, in Francia. Poco dopo ne rivendicò il merito. «Ne sono la mente», disse.
