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Il Piano Ripresa e le riforme istituzionali: ecco di che cosa l’Italia ha urgente bisogno
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Il Piano Ripresa e le riforme istituzionali: ecco di che cosa l’Italia ha urgente bisogno

di Mario Fiorentino*
MF - Numero 083 pag. 20 del 29/04/2021

Di cosa ha bisogno l’Italia oggi? Di cosa ha bisogno l’Italia oggi per far crescere bene i nostri figli domani? Queste sono le domande che dovremmo porci e a cui forse non è agevole dare pronto riscontro. Tuttavia si possono ipotizzare e anche enucleare alcuni bisogni primari del nostro vivere sociale. La prima riforma di cui avrebbe urgente necessità il nostro Stato è la riforma istituzionale. Una sana riforma istituzionale che indaghi e sanifichi i rapporti oggi intercorrenti tra Stato nazionale e le autorità locali e/o settoriali, devastati dalle riforme del titolo quinto della costituzione repubblicana, unita a una revisione profonda del bilancio dello Stato. È attesa per il 13 maggio la decisione del Consiglio di Stato sul contenzioso inerente alla chiusura del forno a caldo di Ilva In amministrazione straordinaria, vigilata dalla direzione generale politica industriale del Mise. Pochi sanno, al di là degli addetti ai lavori, che alla chiusura del forno a caldo di Ilva conseguirebbe ragionevolmente la chiusura degli stabilimenti industriali dell’Ilva di Taranto e l’addio alla produzione siderurgica del nostro Paese, strategica tanto per noi quanto per i nostri partner europei. Per un Paese che si colloca ancora nei primi dieci a livello mondiale per produzione industriale, sarebbe una ferita mortale per numerosi altri settori produttivi, quali per esempio la difesa nazionale, l’automotive, la cantieristica delle infrastrutture.

Ho grande rispetto delle prerogative assegnate ai colleghi investiti di pubbliche funzioni, tra queste sicuro anche quelle del sindaco di Taranto che, nel pieno rispetto delle prerogative istituzionali riconosciute dall’ordinamento, ha adottato l’ordinanza di chiusura del forno a caldo di Ilva, di cui si discuterà appunto il prossimo 13 maggio. Lo ha fatto sicuro in perfetto adempimento del suo mandato istituzionale, che prevede tra gli altri anche la tutela della salute pubblica. Forse anch’io al suo posto avrei adottato la stessa ordinanza. Ma il punto non è questo. Il punto è decidere se è corretto, opportuno e in qualche modo logico e funzionale che una decisione sullo sviluppo, oppure sulla soppressione o la riconversione di una produzione industriale strategica per il Paese debba essere assunta a livello locale, oppure a un diverso livello istituzionale. Fatte le debite proporzioni, è come se all’epoca dell’Impero romano una decisione adottata in Siria potesse riverberare i suoi effetti anche nella capitale dell’Impero. La Riforma del titolo quinto ha creato nel nostro ordinamento un’innumerevole serie di centri di potere istituzionale, ai quali è assegnato dall’ordinamento stesso una sorta di potere di veto sulle pubbliche decisioni, senza che a questo consegua la capacità delle Pa coinvolte nel procedimento di attuare una reductio ad unitatem che tenga conto degli interessi strategici nazionali, che non possono che essere decisi a livello di Stato centrale. La cosiddetta prova del nove sulla capacità dello Stato centrale di adottare decisioni nell’interesse della collettività la avremo allorquando saranno adottate dalle autorità preposte le decisioni sullo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, di seguito all’individuazione di inizio anno delle località potenzialmente idonee a riceverle. Né voglio rammentare la stucchevole navetta delle pubbliche decisioni che ha riguardato la gestione di quest’ultimo anno della pandemia, con decisioni adottate a livello regionale talvolta in contrasto con quelle adottate a livello statale, né gli atti di protesta civile contro la costruzione della infrastruttura ferroviaria della Torino-Lione. Questi contesti imporrebbero ai decisori pubblici l’urgenza di convocazione di una consulta nazionale per la riforma (che non può che essere di rango costituzionale) dei rapporti tra lo Stato e le regioni e probabilmente una qualche forma di revisione delle competenze attualmente assegnate a livello decentrato, segnatamente quelle della sanità pubblica. Altrettanto urgente appare la riforma e l’azione di miglioramento della pubblica amministrazione sia centrale che delle autonomie locali, unita a una revisione profonda del sistema dei controlli di contabilità. L’età media dei dipendenti della pubblica amministrazione nazionale è di 50,7 anni, di cui quasi un quinto (il 17%) è over 60. Al ministero dello Sviluppo economico, dove ci si appresta all’ennesimo riordino organizzativo nell’arco di pochi anni, e le cui strutture amministrative saranno a breve in prima linea chiamate a coordinare e eseguire le complesse attività del Pnrr, l’età media è di anni 56. Come questo sia compatibile con la necessità e urgenza di provvedere alla elaborazione sviluppo e attuazione degli innumerevoli piani che discenderanno dall’adozione del Pnrr, fa parte di quei misteri che in questa sede si preferisce non indagare. Resta tuttavia evidente, oggettiva e palmare la distanza tra una sana pianificazione strategica rispetto agli obiettivi pubblici urgenti che si debbono perseguire e l’adeguatezza degli strumenti a disposizione atti a realizzarli. Sul punto è quasi consequenziale suggerire l’internalizzazione con norma di legge di attività che da troppi anni le Pa hanno delegato a strutture vigilate, in ossequio al principio che sinora ha voluto che alcune attività pubbliche fossero più efficacemente svolte da enti subordinati, dotati di una qualche autonomia funzionale. In realtà, l’abdicazione dello Stato allo svolgimento delle funzioni che gli competerebbero comporta nel medio lungo periodo che lo Stato stesso disperda le professionalità e le competenze che occorrerebbero proprio per regolare o vigilare le attività esternalizzate.

È triste dover rammentare in questa sede quanto avvenuto in sede di mancato, o non corretto e tempestivo esercizio della funzione di vigilanza sulle infrastrutture autostradali e le tragiche conseguenze che ne sono derivate a Genova, dovuto proprio alla progressiva ma inesorabile «demolizione» di quelle competenze che in un mondo normale avrebbero dovuto invece essere preservate e tutelate in vista dell’attuazione della vigilanza sulle attività gestite in concessione dello Stato. Un’altra delle riforme di cui tutti nel Paese avvertono l’estrema necessità e urgenza è la riforma, verso l’efficientamento, dell’ordinamento giudiziario, che soffre le stesse carenze di organico e strutturali della pubblica amministrazione nazionale. Anche in questo settore è talmente evidente l’esigenza di un’urgente riforma che lo stesso Pnrr ha previsto stanziamenti significativi per il suo ammodernamento. Su quanto un sistema obsoleto e non efficace sia in grado di incidere anche sulla concreta attuazione dei principi democratici sono stati già scritti tomi di letteratura, quindi non mi dilungherò. Vorrei però rammentare sull’argomento l’ottimo intervento di Massimo Cacciari sull’Espresso del 25 aprile, intitolato Nessuno è innocente. Non io ma lui, si riferiva sia alla politica che alla magistratura. Chiudo con un’annotazione aneddotica. Nel pieno degli entusiasmi della vita, portai in diritto amministrativo alla Sapienza di Roma la tesi di laurea su La riforma istituzionale e la riforma amministrativa. Non vi esplicito quanti anni sono ormai trascorsi senza che un’enfasi reale si sia abbattuta sul nostro sistema istituzionale per modificarne in positivo le dinamiche secolari che lo attanagliano. La mia personale speranza è che quegli entusiasmi non vengano mai meno. Si può rinunziare a un risultato nella vita, quando le forze che ci contrastano sono soverchianti. Ma non si può rinunziare alla speranza, né all’entusiasmo. Toglieteci tutto, ma non questo. (riproduzione riservata)


*dg per la Politica Industriale
l’Innovazione e le pmi al Mise
(le opinioni espresse sono a titolo personale e non impegnano la pubblica
amministrazione)



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