Il mistero dei gioielli rubati di Napoleone riaccende il mito di Breguet
Dopo il furto dei gioielli di Napoleone, un viaggio a Le Chenit rivela l’altra eredità dell’Impero: quella custodita da Breguet. Nella manifattura svizzera, arte, ingegno e storia si fondono nei segnatempo che conquistarono Caroline Murat, regina di Napoli
C’è un paese incantato in Svizzera, Le Chenit, nel Canton Vaud. A due passi dal confine francese, adagiato sulla punta meridionale del Lago di Joux, è famoso per i suoi panorami pittoreschi e perché ospita uno dei marchi orologieri più esclusivi al mondo: Breguet. La manifattura che raccoglie e perpetua il genio e la maestria di Abraham-Louis Breguet, tanto nel nome quanto nell’eccellenza dei segnatempo che produce, ha aperto a Gentleman le proprie porte in una piovosa giornata (frequente da quelle parti...), che si è accesa e rischiarata non appena abbiamo avuto modo di vedere i tesori di savoir faire e di meccanica ospitati nelle sue stanze.

Passeggiando tra le stanze e i laboratori si respira quella dicotomia tra modernità e tradizione che per molti marchi di orologeria, e del lusso in generale, non è che abusata retorica di marketing. Qui in Breguet è davvero palpabile. Dalla progettazione e ingegnerizzazione degli orologi alla creazione dei prototipi, dalla meccanica all’assemblaggio e alla decorazione finale, a Le Chenit è presente tutta la catena produttiva. Tanto che, se servono strumenti specifici, è la stessa manifattura a crearli internamente, strumenti a volte utilizzati solo una manciata di volte: costoso, certo, ma anche garanzia del know-how di Breguet. Grazie all’impiego di software CAD e di macchine a controllo numerico, in manifattura progettano e lavorano componenti complessi, rifiniti poi con lunghe lavorazioni manuali da artigiani esperti e da giovani di talento. Ciascuno di loro padroneggia tecniche raffinate come il perlage, l’anglage, le Côtes de Genève. Sono tutti artigiani altamente preparati, capaci di smussare a mano ciascun componente, mantenendo larghezze e angoli uniformi su ciascun bordo.
Ma è nel guillochage che meglio si esprimono la maestria e la tradizione della Maison. In un grande reparto, i guillocheurs impreziosiscono casse e quadranti con questa decorazione tradizionale, uno uno dei tratti distintivi degli orologi di Breguet fin dai tempi di Abraham-Louis.
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Fu lui il primo a introdurla sui quadranti, per impreziosirne l’estetica e per eliminare il riflesso della luce sul metallo di cui erano fatti. Del resto, oltre alla meccanica sopraffina, gli orologi di Breguet brillano per le loro decorazioni, specialmente nella collezione femminile Reine de Naples. Smalti e incisioni si affiancano alla lavorazione della madreperla e le persone che, in manifattura, abbiamo visto dedicarcisi, sono artisti a tutti gli effetti.
Fu Abraham-Louis a legare così strettamente l’orologio da donna al proprio marchio quando, nel 1812, creò per la regina di Napoli Caroline Murat, sorella di Napoleone, un bracciale-orologio, in un periodo in cui nessuno indossava segnatempo al polso: gli uomini li portavano in tasca, le donne appesi a una catena intorno alla vita o al collo.
Caroline Murat era un’appassionata e raffinata collezionista, in particolare di orologi Breguet: tra il 1808 e il 1814 ne acquistò non meno di 34 da Abraham-Louis e nel 1810 ordinò un «ripetizione minuti ultra-sottile, di forma oblunga, dotato di termometro e montato su un cinturino di crini intrecciati con filo d’oro», come si legge in una nota manoscritta conservata negli archivi Breguet a Parigi.
Oggi come ieri, la manifattura è tra le poche a mantenere questo legame con le donne grazie alla sua collezione simbolo. A Le Chenit abbiamo toccato con mano anche questo aspetto, eccellente e spesso meno conosciuto, della Maison. E grazie alle collezioni maschili e femminili, che prima di ripartire per l’Italia abbiamo provato al polso, anche la pioggia del Vaud è sembrata quasi poetica.(Riproduzione riservata)
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