In Israele, stavolta, non è andata come in passato: la nuova prova di forza da parte di Hamas e l’immediata risposta militare del premier Benjamin Netanyahu non sono servite allo scopo cui erano entrambe preordinate, a una duplice operazione di rilegittimazione. Da parte di Hamas, era rivolta al popolo palestinese che si era sentito per la prima volta isolato sul piano delle relazioni internazionali per via degli Accordi di Abramo, stipulati senza essere stati minimamente coinvolti anche se avrebbero posto a Israele la fine della proliferazione degli insediamenti nei Territori palestinesi, che invece è sembrata proseguire, anche se in via indiretta, con la controversa acquisizione da parte ebraica di talune proprietà immobiliari nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, che hanno scatenato la nuova crisi. Da parte di Netanyahu, l’immediata reazione militare alla pioggia di razzi che venivano sparati dalla Striscia di Gaza mirava a creare le condizioni di emergenza istituzionale indispensabili per forzare la mano a una Knesset più che mai riluttante a concedergli un nuovo mandato di governo. Era un modo per sbloccare lo stallo politico che si trascinava da troppi mesi. Ma né Hamas né Netanyahu hanno raggiunto i loro obiettivi di rilegittimazione: la Storia sembra essere passata oltre.
In Israele, infatti, si è andata formando una coalizione politica assolutamente inedita, che esclude il Likud e dunque il nuovo mandato di governo a cui aspirava il suo leader Netanyahu, mettendo insieme formazioni di ogni tendenza, ivi compresa quella espressa dalla popolazione araba, che attendono di ottenere la maggioranza alla Knesset, anche se di appena un voto. Anche sul versante internazionale, si è andato intessendo un nuovo schema di relazioni che si è messo in moto dopo il duplice veto posto dagli Usa a una dichiarazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, considerata «controproducente», in cui si chiedeva «una riduzione dell’escalation, un cessate il fuoco e la ripresa dei negoziati». La Cina aveva infatti promosso, assieme a Tunisia e Norvegia, questa proposta, candidandosi poi al ruolo di mediatrice tra le parti, per togliere agli Usa quel ruolo di arbitro unico delle vicende mediorientali che si sono ritagliati anche nel corso della presidenza Trump, arrivando alla firma dei Trattati di Abramo che avrebbero dovuto portare finalmente la pace nell’area. L’isolamento degli Usa si è manifestato in modo clamoroso, sempre all’Onu, una decina di giorni più tardi, il 27 maggio, quando il Consiglio per i diritti umani ha approvato ad amplissima maggioranza (24 voti a favore, 9 contrari e 14 astensioni) l’istituzione di una Commissione indipendente d’inchiesta al fine di investigare la fondatezza di tutte le lamentate violazioni della normativa umanitaria internazionale e delle violazioni ed abusi della legislazione sui diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, e in Israele, e sulle ragioni sottostanti che sono causa di ricorrenti tensioni, instabilità, protrazione del conflitto, inclusa la sistematica discriminazione e la repressione basata sull’identità nazionale, etnica, razziale e religiosa. Cina e Russia hanno votato a favore della proposta, Germania e Gran Bretagna hanno votato contro, mentre Italia e Francia si sono astenute. Già questa dispersione delle posizioni del cosiddetto fronte euro-atlantico la dice lunga sulla complessità della situazione. È tutto un crogiuolo: la diplomazia americana vede eroso il suo ruolo di unico arbitro degli equilibri tra Israele e il mondo arabo, mentre Russia e Cina riescono a creare una vasta coalizione di Paesi, guidati dal Pakistan islamico; l’Iran, e per il suo tramite Hamas, non è più l’unico tutore dei palestinesi; la politica di Israele nei confronti dei palestinesi viene posta sotto lo scrutinio internazionale; l’Italia, forte esportatrice di armi in Israele, è oggetto di considerazioni critiche, per via dell’uso che di queste si fa; la Turchia scalpita, proclamandosi protettrice dei palestinesi, utilizzando ancora una volta l’adesione all’Islam come strumento per agglutinare un mondo arabo a cui è pur etnicamente e geograficamente estranea, riprendendo il modello Ottomano.
Trascurando ogni rappresentanza dei palestinesi al tavolo delle trattative degli Accordi di Abramo, non soltanto costoro sono stati trattati per la prima volta come una componente politicamente inessenziale per la stabilizzazione dell’area, ma per l’altro la loro assenza negoziale ha reso meno cogenti i divieti di procedere con nuove colonizzazioni nei Territori Palestinesi, soprattutto nelle aree di Gerusalemme Est in cui si procede su proprietà da lungo tempo disputate tra palestinesi ed ebrei. A questo punto, la questione palestinese non sembra più risolubile attraverso la tutela militare apprestata da Hamas, e all’indietro da Teheran. Per la Russia e la Cina, che intervengono ormai in presa diretta, l’Iran non deve continuare a essere il troppo facile obiettivo di una stabilizzazione dello scacchiere mediorientale, per coalizzare Israele e il mondo arabo-sunnita. Se la partita è tornata a essere globale, non servono intermediari. (riproduzione riservata)