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Giorgia Meloni
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Il governo prepara la missione Hormuz con le incognite flessibilità e spese per la difesa

di Marco Rogari
19 maggio 2026, 13:30 Ultimo aggiornamento: 15:49

Giorgia Meloni punta a destinare il 5% del pil alla difesa entro il 2035, ma le sfide fiscali e la crisi energetica complicano il raggiungimento degli obiettivi

Dai 400 ai 450 militari, due cacciamine, una nave per il sostegno logistico, un’altra nave da combattimento con funzione di “scorta”, dotata di sistemi missilistici di difesa da attacchi di velivoli, e probabilmente una copertura aerea. Il pacchetto italiano per contribuire allo sminamento dello Stretto di Hormuz e garantire il libero transito delle petroliere è stato sostanzialmente definito ed è pronto a diventare operativo, a condizione che si arrivi alla conclusione del conflitto in Iran o, almeno, a una solida tregua.

La palla passa al parlamento

Ma, prima di salpare, le navi della Marina militare dovranno anche attendere il via libera del parlamento alla richiesta del governo, che riguarderà di fatto pure i costi da sostenere. E quello della crescita delle spese per la difesa sta diventando - insieme alle risorse da trovare per fronteggiare il “caro energia” - una delle spine nel fianco dell’esecutivo, anche a causa dell’asticella del deficit 2025 che, essendo rimasta sopra il 3% di deficit (3,1%) impedisce per il momento l’uscita dalla procedura Ue per disavanzo eccessivo, con il risultato di restringere gli “spazi fiscali” utilizzabili in primis per attutire le ricadute della crisi energetica.

Di qui la pressante richiesta del governo alla Ue di estendere la National Escape Clause, la clausola di salvaguardia nazionale prevista per le spese legate alla difesa, anche a misure straordinarie per sostenere famiglie e imprese, messa nero su bianco da Giorgia Meloni con una lettera alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Nel caso in cui Bruxelles dovesse mantenere la sua contrarietà, il nostro governo sarebbe pronto a non attivare il programma Safe, ovvero l’accesso agevolato ai fondi Ue per rafforzare la produzione militare europea, che per l’Italia, sulla base della richiesta abbozzata nelle scorse settimane, dovrebbero incidere per quasi 15 miliardi. Dal ministero della Difesa hanno già chiesto al Mef una risposta sull’accesso a questi fondi, in vista di un’indicazione da dare alla Ue entro maggio.

Verso il 5% del pil alla Difesa

Tra gli impegni presi dal governo Meloni c’è quello garantito alla Nato di destinare entro il 2035 alle spese per la difesa il 5% del pil, compresa la sicurezza collegata, dopo aver raggiunto nel 2025 il target del 2% (2,01% per la precisione), anche se prevalentemente facendo leva su riclassificazioni di spese già esistenti nel bilancio dello Stato (comunque sulla base del modello Nato): per esempio, le sinergie con Guardia di finanza e Capitanerie di porto o i pagamenti pensionistici del personale.

Per arrivare al traguardo del 5% del pil lo scorso ottobre il Documento programmatico di finanza pubblica aveva inserito un passaggio intermedio: aumentare la spesa per la difesa fino allo 0,5% del pil entro il 2028 (in tutto 12,2 miliardi) partendo dallo 0,15% quest’anno (3,7 miliardi). Ma alla luce dell’acuirsi dell’emergenza energetica e con l’obbligo (per ora) di rimandare al 2027 l’uscita dalla procedura Ue, il Dfp del governo di aprile ha previsto la possibilità di riprogrammare questi 12,2 miliardi. Il tutto in attesa dell’esito del negoziato con la Ue sulla flessibilità per i conti pubblici e di quello tra Usa e Iran sullo stop al conflitto.

Con “l’operazione Hormuz”, tra l’altro, saliranno i costi sostenuti per le missioni internazionali di pace, che allo stato attuale si aggirano attorno agli 1,8 miliardi l’anno. (riproduzione riservata)



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