Oggi al tradizionale convegno sulla Giornata Mondiale del Risparmio (che compie cento anni) è prevista la partecipazione del capo dello Stato Sergio Mattarella. Intanto sta suscitando diffuse critiche la norma contenuta nella proposta di Legge di Bilancio secondo cui per esigenze di controllo della finanza pubblica in tutte le imprese, gli enti, le fondazioni, gli organismi vari che ricevono direttamente o indirettamente significativi contributi pubblici in qualsiasi forma il ministero dell'Economia designa un proprio rappresentante nei rispettivi collegi sindacali o di revisione. Quanto alla significatività del contributo, si indica un importo a partire da 100 mila euro ma comunque il livello sarà stabilito con un decreto ministeriale entro il prossimo mese di marzo. Alcuni osservatori si sono chiesti ironicamente se questo sia l'inizio della politica industriale che il governo ritiene di rilanciare.
I più si domandano quale sia la natura speciale dei controlli da effettuare, tali che non possano essere svolti dai collegi formati secondo le norme vigenti e se, invece, non si tratti piuttosto di un modo per redistribuire incarichi compensativi, magari dopo la progettata introduzione del limite di 120 mila euro per i trattamenti economici dei dirigenti pubblici. A ben vedere, si tratta di un ritorno al passato, ma non per la parte migliore alla quale attingere.
A prescindere dalle presenze di funzionari dello Stato o comunque di rappresentanti del Tesoro o di altri ministeri negli organi deliberativi delle imprese delle Partecipazioni Statali di un tempo, designazioni di tali rappresentanti nei collegi sindacali, per esempio di istituti di credito di diritto pubblico o di istituti di rifinanziamento (Mediocredito Centrale, Artigiancassa) ovvero ancora di istituti preposti a particolari aree (Isveimer tra gli altri), erano motivate appunto dalla natura pubblica di queste banche o dalla diretta partecipazione dello Stato ai relativi fondi di dotazione, sicché si trattava dello Stato azionista, ma non contributore.
In diversi di questi intermediari era presente, nei relativi consigli di amministrazione, anche il delegato dell'organo di Vigilanza come mero osservatore nelle relative sedute, fino a quando la Banca d'Italia, agli inizi degli anni 80 del secolo scorso, non ritenne di promuovere la soppressione di questa previsione, dal carattere dirigistico, ma anche, sotto certi aspetti, corresponsabilizzante e confliggente con la libera formazione della volontà consiliare. La soppressione fu salutata come una scelta molto saggia, secondo la linea della valorizzazione della banca come impresa così come, poi, venne sancito dalla seconda direttiva bancaria europea. La soppressione in questione e le sue motivazioni dovrebbero essere di insegnamento per la Vigilanza della Bce che si esercita, sia pure in determinate circostanze e con specifiche finalità, a far presenziare propri esponenti alle riunioni di organi deliberativi di intermediari vigilati.
Oggi pure le banche, se il concetto dell'erogazione di fondi pubblici anche indiretti (si pensi alle garanzie dello Stato) si allarga, potrebbero essere tenute, qualora ricorra la significatività del «contributo», ad accogliere la designazione in questione. Magari si metterà in moto l'«amichettismo», tanto vituperato ma pur sempre in agguato. Allora non bastano le molteplici funzioni di controllo interno che vengono svolte e quella, esterna, della Vigilanza bancaria e finanziaria? Ma anche le perplessità o le contrarietà che vengono manifestate per le imprese non finanziarie hanno fondamento. Specifici riscontri sul rispetto della destinazione di un'erogazione pubblica rappresentata per ottenerla e accolta dalla pubblica amministrazione sono doverosi e possibili ovviamente in via cartolare o segnalandone l'esigenza alla Vigilanza ovvero alla Consob, in chiave collaborativa, per specifici controlli in sede ispettiva. Per eventuali soggetti di minore portata si potrebbe instaurare una procedura che preveda, se necessari, periodici riscontri da rimettere al dicastero competente.
Tutto ciò per sottolineare che controlli sono effettuabili senza dovere arrivare, per un problema molto limitato, all'ipotizzata soluzione che finisce per toccare, riportando all'attualità pratiche di dirigismo e supergestione, aspetti delicati del governo dell'economia e del rapporto tra Stato e mercato. È sperabile che oggi, nel discorso che il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti terrà in occasione della Giornata Mondiale del Risparmio, si affronti anche questo tema.
Detto tutto ciò, non si può sostenere che sia improprio che il governo evochi e progetti una valida politica industriale. Tutt'altro. Di una tale politica si avverte, all'opposto, la necessità, a maggior ragione in presenza delle transizioni ecologica e digitale e delle grandi trasformazioni indotte dalle tecnologie e, soprattutto, dai prevedibili sviluppi dell'intelligenza artificiale generativa. Dipende però da come la si conduce, dagli strumenti, da modi, dalla relazione con il mercato. La politica industriale non coincide affatto aprioristicamente con il dirigismo o con l'intento comunque di supergestire. (riproduzione riservata)