Il rapporto tra le donne e gli investimenti in Italia è ancora molto complesso. E questo dipende da una serie di fattori: dagli stipendi più bassi, dalla minore presenza di donne nei corsi di laurea economico-finanziari e più in generale nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering, and Mathematics). E soprattutto da un retaggio sociale che spesso, anche all'interno della famiglia ma non solo, fa avvicinare di più gli uomini a tutto ciò che riguarda la finanza e l’uso del denaro.
I numeri parlano chiaro: stando all’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su come investono gli italiani, datato 2024, solo il 9% delle donne hanno fondi comuni, a fronte del 18% degli uomini.
A investire in Etf è appena il 2,4% delle donne, contro il 5,2% degli uomini. Le investitrici che posseggono azioni sono il 4,2%, gli uomini arrivano quasi al 10%. Le cose vanno solo leggermente meglio per i bond: a possederli è il 23% delle donne, quasi un quarto del totale, e il 27% degli uomini.
In generale, le donne investitrici sono grossomodo la metà rispetto agli uomini. Anche in Europa il gap esiste, anche se le cose vanno leggermente meglio. La ricerca People & Money che il colosso degli investimento BlackRock ha commissionato a YouGov lo scorso anno ha mostrato che nel continente le donne investitrici sono il 29% del totale, contro il 47% degli uomini. Anche se, e questo è il lato positivo, tra il 2023 e il 2024 il numero di donne investitrici è aumentato di 11 punti percentuali, quello degli uomini di quattro punti.
Questi dati però raccontano solo una parte della storia. Un rapporto interessante è l’Edufin Index di Alleanza Assicurazioni e Sda Bocconi, pubblicato nell’ottobre del 2024, che calcola il livello di alfabetizzazione finanziaria degli italiani in una scala in cui il punteggio di 60 o superiore indica competenza finanziaria e il punteggio di 40 o meno indica analfabetismo finanziario.
In valore assoluto, la sufficienza non la prende nessuno: la media degli uomini è di 58 punti, quella delle donne di 53. Ma se si vanno a vedere i vari sotto-gruppi si nota una cosa secondo me molto interessante: nella categoria che il report chiama dei «giovani indipendenti», cioè in genere persone tra i 18 e i 24 anni, residenti al Centro-Nord e con redditi da lavoro dipendente medio-bassi, il gender gap è minimo. Uomini e donne con poco denaro ne sanno assolutamente allo stesso modo di finanza e denaro.
Le cose cambiano radicalmente nella categoria che il rapporto chiama «dipendenti dal partner»: un gruppo composto quasi interamente da donne (gli uomini sono appena l’1%), di età compresa tra 45 e 64 anni, in genere casalinghe o disoccupate. Il loro livello di alfabetizzazione finanziaria è di appena 47 punti, il più basso in assoluto di tutto l’indice.
Invece nelle famiglie in cui il reddito principale è quello delle donne, e questo cluster include soprattutto lavoratrici autonome tra i 35 e i 44 anni, con redditi medio-alti e un alto livello di formazione, il grado di alfabetizzazione delle donne arriva a 57 punti. Ancora l’insufficienza, vero: ma sopra la media nazionale di 56 punti, e a un passo dal livello medio degli uomini. Che significa questo? Che il punto di partenza per diventare risparmiatori e investitori consapevoli risiede in fattori che non hanno nulla a che vedere con il genere. Essere uomini o donne non fa la differenza. La vera differenza è l’indipendenza: lavorativa, finanziaria, culturale. Tutto il resto dovrebbe poi venire di conseguenza. (riproduzione riservata)