Gli squilibri commerciali tra Paesi stanno aumentando a livello globale, dopo un decennio di cali costanti in seguito alla grande crisi finanziaria. È un trend in netto contrasto con quello promesso un anno fa dal presidente Usa Donald Trump, che aveva varato i dazi giustificandoli anche con la necessità di ridurre l’ampio deficit degli Stati Uniti con il resto del mondo. Un’analisi del Fmi, scritta dal capoeconomista Pierre-Olivier Gourinchas con Christian Mumssen, ha sottolineato che gli squilibri commerciali dipendono dalle politiche su risparmio e investimenti a livello nazionale, mentre i dazi possono migliorare il conto delle partite correnti «solo in pochi casi» e con effetti «modesti e incerti».
La somma di surplus e deficit globali si è avvicinata al 4% del pil globale nel 2025, dal 3% del 2023. Il problema è che squilibri crescenti conducono a una crescita globale inferiore e a crisi finanziarie, se si osserva la storia. Si tratta di una vulnerabilità che si aggiunge a quella legata alle guerre. «Considerando che l'economia mondiale sta già subendo molteplici shock, un aggiustamento così disordinato potrebbe rivelarsi estremamente costoso», ha osservato il Fmi. L’attuale scenario mostra che gli squilibri potrebbero crescere ulteriormente se non saranno corrette le dinamiche di fondo dei maggiori Paesi, a cominciare da Usa e Cina.
I governi stanno facendo l’opposto di quanto dovrebbero fare per ridurre avanzi e disavanzi. Gli Stati Uniti stanno puntando su deficit di bilancio sempre maggiori (come quelli causati dal Big Beautiful Bill e dalla guerra con l’Iran) e su consumi privati che stanno riducendo il risparmio nazionale. In Cina la domanda interna resta debole e il risparmio è in crescita, dopo le forti difficoltà del settore immobiliare. In questo quadro i dazi «non sono una scorciatoia» per un ribilanciamento duraturo che può arrivare solo «da solide politiche domestiche, non da barriere commerciali».
Il Fmi rileva inoltre che «gli squilibri globali potrebbero accentuarsi ulteriormente se le tendenze attuali dovessero persistere». Questo sarebbe il risultato di «ingenti disavanzi di bilancio e una forte domanda interna negli Stati Uniti», «ulteriori misure di sostegno pubblico agli esportatori accompagnate da una riduzione delle misure di protezione sociale e dei consumi in Cina» e «investimenti contenuti e crescita debole della produttività in Europa». In questo contesto un inasprimento dei dazi «non incide in modo significativo sulle posizioni delle partite correnti» ma «comporta una contrazione del prodotto in tutte le regioni».
La crescita globale così si riduce e tutti i Paesi ne escono sconfitti. Per uscire da questa dinamica negativa servirebbe un aggiustamento «sincronizzato» dell’economia globale, secondo il Fmi. È questa la migliore delle ipotesi perché una contrazione della spesa pubblica negli Usa sarebbe compensata da una domanda più forte in Cina e Europa.
Ma il Fondo Monetario Internazionale osserva che anche un intervento non coordinato sarebbe utile perché aumenterebbe la pressione ad agire nei confronti delle altre economie: per esempio una maggiore domanda cinese aumenterebbe i tassi globali rendendo più probabile una correzione fiscale negli Stati Uniti, oppure un consolidamento negli Usa aumenterebbe le forze deflazionistiche in Cina rendendo necessaria una spinta ai consumi interni. «Ciò che è chiaro è che gli squilibri globali saranno determinati dalle traiettorie e dalle politiche macroeconomiche interne piuttosto che da dazi o da politiche industriali mirate», ha rilevato il Fmi. «È inoltre evidente che la riduzione degli squilibri globali funziona meglio quando i Paesi agiscono insieme».
Per quanto riguarda l’area euro, ieri il membro del comitato esecutivo Bce Frank Elderson ha sottolineato che «la dipendenza energetica dell’Europa è diventata una delle vulnerabilità critiche della nostra economia. Gli shock recenti sui prezzi dell’energia hanno comportato un ampio deflusso di risorse dall’Europa, rendendo necessari interventi di emergenza e gravando pesantemente sulle finanze pubbliche». La politica energetica rientra tra le competenze dei governi, ma la dipendenza energetica dell’Europa ha implicazioni anche per la Bce (il cui consiglio direttivo si è riunito ieri in modo informale in un ritiro organizzato dalla Banca di Francia).
«Il nostro mandato primario è la stabilità dei prezzi. Tuttavia, a causa dei ripetuti shock sui prezzi dell’energia diviene sempre più difficile conseguire questo obiettivo», ha detto Elderson ricordando che la Spagna ha avuto nel 2024 costi dell’elettricità all’ingrosso inferiori del 40% rispetto a quelli che avrebbe registrato se la produzione di energia solare e eolica fosse rimasta ai livelli del 2019. Perciò secondo Elderson l’Europa dovrebbe mantenere gli obiettivi di decarbonizzazione e preservare il sistema Ets (che invece il governo Meloni vorrebbe modificare). (riproduzione riservata)