Ecco la buona notizia: la Cina sta riducendo il numero delle imprese controllate dallo Stato, dando particolare attenzione a quelle grandi compagnie le cui inefficienze avrebbero spesso e volentieri impedito all’economia nazionale performance ancora migliori. Ecco invece la cattiva notizia: ciò è possibile unicamente creando entità ancora più gigantesche, ovviamente sostenute dal governo di Pechino. Pensiamo alla colossale fusione annunciata questa settimana tra Shenua Group, il più grande gestore di miniere della Cina, e la società di generazione elettrica China Guodian, che è in grado di produrre 226 gigawatt di elettricità, un volume sufficiente a illuminare 183 milioni di abitazioni in un Paese energivoro come gli Stati Uniti. Alla nuova compagine societaria faranno capo asset per 270 miliardi di dollari. Negli ultimi due anni i produttori cinesi di energia elettrica come Guodian hanno dovuto vedersela con una concorrenza sempre più agguerrita, innescata dalla decisione del governo di liberalizzare parzialmente il mercato e di ridurre quindi l’ammontare delle tariffe praticate alla clientela. Il rendimento del capitale investito nel settore dovrebbe dunque crollare al 3,6% dal 14,4% dello scorso anno, secondo quanto riportato da Credit Suisse. Per cercare di alleviare il dolore causato da questa decisione, alcuni esponenti del settore hanno deciso di concedere ai produttori un rialzo dei prezzi. L’integrazione verticale del segmento minerario con quello della produzione di energia dovrebbe inoltre migliorare l’efficienza della nuova società. Eppure parte del problema deriva proprio dal sistema economico cinese, basato sulla pianificazione centralizzata. I produttori di energia hanno sofferto molto dell’impennata dei prezzi del carbone causata dalla prematura riduzione delle capacità voluta da Pechino. Essendo allo stesso tempo il maggior produttore e il maggior consumatore mondiale di carbone, la Cina è animata da un forte interesse a preservare la stabilità del prezzo del combustibile. Eppure la sua mano fin troppo invisibile non ha fatto altro che aumentarne ulteriormente la volatilità. Senza ombra di dubbio comunque la minore concorrenza nel settore energetico potrebbe favorire lo smaltimento dell’attuale surplus di produzione di elettricità nel breve termine. Eppure, a lungo termine, permettere che i trend del mercato dirigano l’allocazione di capitale piuttosto che creare dei giganti comunque controllati dal governo rappresenta per la Cina un modo migliore per rimettersi sulla strada giusta. Sfortunatamente per il momento nelle stanze dei bottoni di Pechino non sembra si sia disposti a rinunciare a intromettersi nei meccanismi di mercato.
