Normalmente una lieve flessione in un comparto volatile del mercato azionario non sarebbe degna di nota. Tuttavia, giungendo del tutto inaspettato e non essendo collocato nell’ambito di una discesa più generalizzata, la ritirata degli investitori dai titoli tecnologici statunitensi, evidenziatasi a partire da venerdì scorso (seduta in cui l’indice S&P 500 Technology ha perso il 2,73%), ha destato molta più attenzione del solito.
In termini assoluti è stata una piccola caduta, ma è sembrata enorme rispetto al contesto. Il settore delle tecnologie nello S&P 500 ha registrato solo due giornate peggiori del mercato fin dalla crisi delle dot.com esauritasi nel 2013. Una è stata quella ricordata per l’ecatombe post-Lehman nell’ottobre 2008, l’altra dopo che il mercato aveva avviato la discesa indotta dal credit crunch a fine 2007. Precedenti decisamente non positivi.
Gli investitori dovrebbero essere cauti nel ricamare eccessivamente su un paio di giornate di ribassi. Nvidia, il produttore di schede grafiche che sta, per così dire, fornendo pala e piccone per la corsa all’oro in ambito di intelligenza artificiale e criptovalute, ha trascorso un brutto momento, cedendo venerdì il 6,5% e lunedì mattina il 5% prima di un rimbalzo parziale. Facebook, Amazon, Alphabet e Apple sono scesi di oltre il 3% venerdì e nuovamente lunedì. Ma venerdì l’indice Nasdaq-100 ha accusato una flessione appena del 2,4% e dello 0,6% il lunedì. Anche per Nvidia venerdì non è stata la peggior giornata dell’anno. Probabilmente si rivelerà essere una piccola correzione alla fenomenale corsa messa a segno quest’anno dal comparto tech.
Tuttavia ci sono ragioni di breve e di lungo periodo per nutrire qualche timore. Nel breve, la caduta è stata un esempio di ciò che accade quando le azioni perdono slancio. Quando gli azionisti acquistano semplicemente perché i titoli stanno salendo, qualsiasi interruzione può essere brutale.
Inoltre il settore tecnologico è diventato universalmente popolare e puntare su questi titoli è un’operazione effettuata da una folla di investitori. Gli analisti di Goldman Sachs hanno sottolineato che i maggiori titoli tech (i cosiddetti Faamg, ossia Facebook, Apple, Amazon, Microsoft e Alphabet-Google) hanno presa sugli investitori che acquistano in presenza di bassa volatilità e nessun settore di mercato negli ultimi sei mesi ha registrato meno volatilità del comparto tecnologico. Hanno le carte in regola per chi seleziona le azioni in base allo slancio e la crescita degli utili. Ma i trade popolari vanno fuori moda improvvisamente.
Tuttavia i tecnologici non stanno replicando la bolla delle dot.com del 2000. È vero che prima della caduta di venerdì il settore della tecnologia dello S&P è arrivato per la prima volta uno 0,1% dalla rottura del massimo registrato a suo tempo dalle dot.com per la prima volta. Ma a differenza del 2000 molti tech di oggi sono ben consolidati e gestiscono oligopoli altamente redditizi.
Sul lungo periodo il pericolo è che la tracotanza la faccia da padrona nelle sale riunioni di queste società e induca i board a sperperare denaro degli azionisti imbarcandosi in nuovi progetti lontani dalle loro competenze fondamentali. Apple, per esempio, ha appena inaugurato un appariscente nuovo quartier generale a forma di ruota. Alcuni dei progetti più folli sono stati accantonati ( come il piano finalizzato alla diversificazione dai telefoni cellulari alle auto elettriche o la fornitura di internet tramite droni a energia solare studiata da Google) ma molti moonshot restano.
Alcuni di questi sicuramente daranno i loro frutti, ma gli investitori farebbero bene a interrogarsi sull’esperienza di base di alcune delle società in cui stanno acquistando azioni. Sono oligopoli ad alto margine nei social media, nella telefonia mobile e nei sistemi operativi? Oppure sono attività di incubazione tecnologica generiche in grado di trasformare le idee stravaganti in nuovi modelli di business? Trattarli come titoli sicuri a bassa volatilità implica la prima opzione, ma non sarebbe compatibile con la canalizzazione della generazione di cassa in moonshot ad alta crescita.
A peggiorare questo rischio è la mancanza di controlli efficaci sui potenti fondatori di molti dei colossi della tecnologia. La storia ha dimostrato più volte che, in assenza di sistemi di pesi e contrappesi efficaci, i dirigenti sprecano il capitale in progetti velleitari scarsamente ponderati o eccessivamente costosi e i fondatori di diverse aziende tecnologiche hanno mantenuto il controllo delle proprie società attraverso classi di azioni speciali. Mark Zuckerberg domina ancora il 60% dei voti di Facebook, i co-fondatori Larry Page e Sergey Brin il 51% dei diritti di voto in Alphabet e l’ipo di Snap quest’anno non ha previsto alcun diritto per gli acquirenti.
Ma i rischi sono anche altri. Alla fine la nuova tecnologia pregiudica la vecchia; un nuovo approccio ai social media potrebbe condannare Facebook, come è stato per Myspace, e una nuova generazione della telefonia potrebbe gettare Apple nelle condizioni di Nokia? Difficile da immaginare, ma anche l’invenzione di iPhone lo era. La penuria di personale sta rapidamente facendo alzare i costi, in quanto la Silicon Valley contende a Wall Street i migliori laureati in informatica. In aggiunta, è da calcolare il pericolo che i governi, in particolare in Europa, facciano sul serio in ambito fiscale, di antitrust e di crittografia.
D’altra parte, tutto questo è ancora nel futuro; per ora è il caso di preoccuparsi di un investimento affollato che rapidamente sta diventando molto meno affollato.
traduzione di Giorgia Crespi
