I banchieri centrali di Francia e Germania hanno opinioni diverse sull’impatto dei dazi sui prezzi e sui prossimi passi della Bce sui tassi. «Non prevedo un ritorno dell’inflazione nell’Eurozona», ha detto ieri il governatore francese François Villeroy de Galhau. «Il protezionismo dell’amministrazione Trump porterà a un rialzo dell’inflazione negli Stati Uniti, ma non in Europa, il che probabilmente consentirà un altro taglio dei tassi entro l’estate», ha aggiunto.
La prossima riunione della Bce sarà il 5 giugno. I tassi sono stati abbassati ad aprile al 2,25%, dal 4% di giugno 2024. I mercati monetari scontano all’85% un altro taglio dello 0,25% nel prossimo consiglio direttivo e considerano probabile un’ulteriore sforbiciata quest’anno. Per gli operatori il livello terminale dei tassi Bce potrebbe essere così all’1,75%.
Villeroy ha utilizzato toni differenti rispetto a quelli di Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce. Secondo l’economista tedesca l’inflazione nel breve termine potrebbe «potenzialmente» scendere sotto l’obiettivo Bce del 2%, ma nel medio termine i rischi sul carovita sono «probabilmente orientati verso l’alto, a causa dell’aumento della spesa dei governi e del pericolo di nuovi shock sui costi dovuti ai dazi che si propagano attraverso le catene globali del valore».
Perciò secondo Schnabel la Bce ha bisogno di una «mano ferma» e di mantenere i tassi «vicino ai livelli attuali» ovvero «saldamente in territorio neutrale».
Inviti alla cautela nel taglio dei tassi, sebbene meno netti di quelli di Schnabel, sono arrivati anche dal presidente della Bundesbank Joachim Nagel e dal governatore spagnolo Josè Luis Escriva. I due banchieri centrali in un’intervista congiunta hanno evidenziato l’incertezza dello scenario a causa dei dazi.
«È importante essere cauti e non reagire in modo eccessivo enfatizzando annunci specifici che potrebbero cambiare poco dopo», ha osservato Nagel (che ieri ha comunque sottolineato che i mercati sono stati «vicino al collasso» a causa delle tariffe Usa). Per Escriva la Bce deve essere «umile nel valutare la situazione» e «cercare di distinguere quali elementi prevalgono».
Un altro falco, l’olandese Klaas Knot, ha evidenziato che i dazi sono un elemento «inequivocabilmente negativo per la crescita economica nel breve periodo e probabilmente anche per l’inflazione», mentre «l’impatto a medio termine sull’inflazione è un po’ più ambiguo».
Schnabel ha motivato i rischi al rialzo sul carovita con la frammentazione causata dai dazi e con i piani di spesa dei governi (anche se soltanto la Germania può permettersi di vararne uno). Il governatore finlandese Olli Rehn tuttavia ha rilevato che l’impatto per le spese per la difesa si farà sentire probabilmente a partire dal 2026 e 2027, quindi oltre il «medio termine» della Bce. «La nostra valutazione indica un impatto limitato sull’inflazione nell’arco di tempo rilevante» per la banca centrale, ha detto Rehn aggiungendo che «la spesa per la difesa non sarà necessariamente inflazionistica».
A fine aprile Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo Bce, ha osservato che gli effetti a breve-medio termine dei dazi «potrebbero addirittura risultare disinflazionistici per l’area euro, dove i tassi reali sono aumentati e l’euro si è apprezzato in seguito agli annunci dei dazi statunitensi».
Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha sottolineato che «le barriere commerciali e l’aumento dell’incertezza sono variabili chiave da valutare attentamente quando si decide la politica monetaria nell’area dell’euro». (riproduzione riservata)