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Ryiadh vuole ridurre la dipendenza dell’economia nazionale dal petrolio

I pasticci hi-tech del fondo saudita

di Justin Scheck e Maureen Farrell - traduzione di Giorgia Crespi
MF - Numero 210 pag. 17 del 26/10/2017

Il Public Investment Fund ha stanziato 50 mld $ per investire in aziende ad alta tecnologia, tra le quali Uber. Cosa che ha creato problemi a una società concorrente araba, Careem, partecipata dallo stesso Pif

Il Public Investment Fund (Pif) dell’Arabia Saudita si prepara a diventare uno dei maggiori investitori al mondo, ma ha avuto un esordio difficile. In seguito alle difficoltà incontrate nel calcolo del proprio valore complessivo, è rimasto impantanato in singolari situazioni di conflitto e investimenti deludenti, tra cui quello in Uber Technologies.


Questa settimana luminari del business, inclusi gli ad di BlackRock e Blackstone e i leader di Goldman Sachs e JP Morgan, affolleranno un palazzo di Riad per una conferenza in cui il Pif dovrebbe discutere la propria strategia, tra gli altri temi. Alcuni tra i partecipanti l’hanno soprannominata «la Davos del deserto».


Il fondo dovrebbe illustrare il proprio ruolo di primo piano nel quadro della strategia tesa a spezzare la dipendenza dei sauditi dal petrolio. Già presente in grandi gruppi con rilevanti partecipazioni, ha assegnato circa 50 miliardi di dollari al solo comparto hi-tech e si sta ora preparando a nuovi investimenti, che potrebbero crescere molto in seguito all’afflusso di fondi che deriverà dall’offerta pubblica di vendita in borsa di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera del Regno.


Dietro le quinte, però, deve fare fronte a gravi disordini. Subito dopo che lo scorso anno il Pif ha investito in Uber 3,5 miliardi di dollari, il numero uno della società di car-hailing ha rassegnato le dimissioni a seguito del coinvolgimento in una serie di scandali. Peraltro, tale sostegno ha costituito un cospicuo aiuto alla nota startup nel tentativo di battere sul prezzo una società locale, che rappresentava un investimento di successo per lo stesso Pif.
Più di recente, il presidente del fondo ha fatto pressioni contro un accordo con il maggiore socio di Uber, SoftBank Group, che avrebbe avuto ripercussioni negative sul valore della stessa Uber, e dunque costretto il Pif a registrare una perdita.


Il passaggio del Pif alle startup tecnologiche è una vera svolta per un fondo che ha passato 40 anni a finanziare solo gli interessi nazionali, tra cui le banche e la piscicoltura.
La svolta risale al 2015, quando che il re Salman ha incaricato il figlio, il principe Mohammed bin Salman, di sottrarre il Paese alla dipendenza dall’oro nero. Il principe ha condotto una strategia basata sulla cessione di partecipazioni nella società petrolifera statale saudita per finanziare investimenti in altri settori.
La maggior parte dei fondi sovrani ha sviluppato un esperienza nei titoli azionari e obbligazionari di impronta più conservativa prima di entrare nel rischioso mondo delle startup. Basti pensare che anche per i più importanti venture capitalist i fallimenti sono più numerosi dei successi.
L’evoluzione dell’Arabia Saudita da petrostato a economia ad alta intensità tecnologica è anch’essa senza precedenti. I gestori sauditi praticamente stanno scommettendo sulla possibilità di ottenere migliori rendimenti dalle nuove tecnologie che non dai più produttivi campi petroliferi del mondo. «Se si sbagliano i tempi, ci si rimette parecchio», avverte Brad Setser del Council on Foreign Relations.
Dopo aver svelato il piano nel 2015, il principe Mohammed si è messo presto all’opera, prima di assumere investitori internazionali esperti, e prima che il Pif riuscisse a quantificare il valore delle proprie partecipazioni. Stando a un funzionario del fondo e a una persona al corrente della procedura di audit, l’inefficiente contabilità ha complicato ai funzionari sauditi e ai consulenti stranieri il calcolo del valore del portafoglio.
Si è scatenata una ridda di numeri. «Tra 200 e 300 miliardi di dollari», ha riferito un alto funzionario del fondo a inizio anno. «Da 180 a 200 miliardi di dollari», ha stimato un ministro del governo coinvolto nel processo di valutazione. Stando a indiscrezioni, il fondo avrebbe solo di recente fissato un non meglio precisato «abbastanza definitivo» valore.


Alcune aziende non dispongono di standard di governance all’occidentale, fa sapere una persona vicina alla revisione, eseguita da Ernst & Young. «Anche se hanno bilanci certificati, i dati non sono necessariamente giusti», spiega.
A sentire i funzionari, il problema della contabilità avrebbe origine nella rapida crescita del fondo sovrano. Ma altri lo attribuiscono al ruolo centrale del principe ereditario Mohammed, anziché dei professionisti.


Nel 2015 il Pif si è impegnato a investire nella costruzione di un impianto da 1 miliardo di dollari per la Saudi National Automobile Manufacturing Co. La fabbrica non è stata costruita e la società non ha avviato la produzione.
L’anno scorso sono stati concessi 500 milioni di dollari a una startup di Dubai attiva nel settore dell’e-commerce, Noon.com, che ha promesso di offrire 20 milioni di prodotti entro lo scorso gennaio.


A maggio di quest’anno il servizio non era ancora stato lanciato e la maggior parte del personale è stata licenziata, incluso l’amministratore delegato, raccontano fonti che hanno familiarità con l’azienda. Le vendite sono partite solo da poco, ma il ritardo ha consentito ad Amazon di passare in vantaggio anche nei mercati del Golfo.

Sempre allo scorso anno risale l’incontro tra il principe Mohammed e il ceo di Uber Travis Kalanick - in seguito definito «amico» - che ha portato a un altro consistente affare per il Pif.


Inizialmente, nelle trattative il Pif avrebbe dovuto passare a Uber 1,5 miliardi di dollari, stando a persone che hanno familiarità con la vicenda. Ma il Principe Mohammed voleva restare informato ed esercitare anche una certa influenza sull’azienda, chiedendo quindi una poltrona nel board. In cambio di un investimento di 3,5 miliardi di dollari, stando a indiscrezioni, Uber avrebbe accettato di far entrare la punta di diamante del Pif, Yasir al Rumayyan, nel consiglio.


Nel giro di qualche mese, Kalanick è finito sotto tiro per violazione di diverse normative locali e per l’accusa mossa dai dipendenti di avere favorito una cultura aziendale che tollerasse la molestia delle donne. Al Rumayyan si sarebbe opposto alla cacciata dell’amministratore delegato, dicono le persone a conoscenza della questione, ma gli investitori lo hanno costretto Kalanick a dimettersi.


Inoltre, l’accordo con Uber ha avuto ripercussioni sulla tech firm di maggior successo del Regno, che il Pif aveva sostenuto prima della spesa folle del principe Mohammed. Il produttore dell’app per taxi Careem, fondata in Arabia Saudita nel 2013, era sulla buona strada per generare un rendimento superiore a 50 volte l’investimento iniziale fatto dalla divisione di venture capital di Saudi Telecom, la cui maggioranza è di proprietà del Pif.
Careem aveva poca concorrenza fino al 2014, quando Uber è sbarcata a Riad. Disposta a perdere soldi per conquistare quote di mercato, ha battuto il player locale sul prezzo e annunciato di aver assunto una principessa saudita come consigliere prima di ricevere l’investimento di 3,5 miliardi di dollari. A Careem sono delusi e «sconcertati», che il Pif abbia fatto pendere l’ago della bilancia in favore del rivale.


Tuttavia, il principe Mohammed ha continuato a fare affari, e lo scorso anno ha annunciato un investimento di 45 miliardi di dollari in SoftBank. In una recente intervista televisiva, il ceo Masayoshi Son, ha raccontato che gli sono bastati 45 minuti per convincere il principe. Invece il closing dell’accordo ha richiesto circa sei mesi e un «difficile» iter, ha riferito un soggetto vicino alle trattative.


Son sta mettendo a punto un deal nel quale SoftBank acquisirebbe azioni Uber a un valore inferiore a quello in cui il Pif è intervenuto. A seconda della struttura, il Pif potrebbe anche arrivare a registrare una perdita sull’esposizione alla società di ride-hailing.
Solitamente Al Rumayyan adotta un atteggiamento passivo nel board - «è più una figura politica», commentano fonti vicine al cda. Ma nelle discussioni, continuano, si è opposto all’emissione di nuovi titoli a basso costo per evitare che l’investimento del Pif [ovvero di se stesso] si traduca in una perdita.

Please click here to read this article in English on The Wall Street Journal

 


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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