Nel 2025 il mercato del debito sostenibile ha raggiunto quota 6,75 trilioni di dollari, una cifra ancora più eclatante se si considera che nel conto vengono considerate solo le emissioni strettamente allineate ai criteri riconosciuti da Cbi (Climate Bonds Initiative) della Banca Mondiale. Nell’ultimo anno, questa categoria di obbligazioni ha confermato le stime più ottimistiche del mercato e aggiunto nuove emissioni per 1,03 trilioni, di cui 653,5 miliardi in green bond e 358,4 miliardi in obbligazioni social e sustainability. Su questa base, la previsione è che il 2026 si chiuderà oltre i 7mila miliardi di dollari, soprattutto se verranno rispettate le previsioni di Cbi su quali fattori muoveranno il mercato.
Il primo elemento è l’aumento dei rischi fisici, come alluvioni, ondate di calore, stress idrico. Nell’analisi di Cbi gli investimenti non si concentrano più soltanto sulla riduzione delle emissioni, ma sulla capacità delle infrastrutture di reggere gli shock climatici. La Resilience Taxonomy sviluppata da Climate Bonds introduce criteri scientifici per qualificare questa nuova tipologia di emissioni. Il debutto è avvenuto col primo resilience bond certificato da parte del governo metropolitano di Tokyo, che segna un precedente rilevante: il mercato inizia a riconoscere l’adattamento come ambito finanziabile su larga scala.
Secondo punto: le infrastrutture elettriche, settore per il quale gli analisti prevedono un super ciclo di investimenti. Secondo Cbi, però, gli attuali criteri europei basati sulla tassonomia risultano retrospettivi e rischiano di escludere fino al 60% dei capex necessari al 2030. Il report propone un approccio prospettico: finanziare oggi reti capaci di integrare volumi crescenti di rinnovabili, anche se la piena decarbonizzazione del sistema avverrà oltre il 2030. Il tema è cruciale per i mercati emergenti, dove sistemi elettrici in transizione rischiano di restare esclusi dai flussi di finanza climatica, pur essendo finalizzati alla decarbonizzazione.
Il terzo fattore è il metano, ritenuto responsabile di circa il 30% dell’aumento delle temperature globali. L’aggiornamento dei criteri per includere l’abbattimento del metano in settori come bioenergia e gestione dei rifiuti, segnala uno spostamento verso interventi a impatto rapido. L’ attenzione crescente alla sicurezza energetica, e quindi a tecnologie che riducono le emissioni inquinanti o valorizzano i rifiuti organici, secondo Cbi possono attrarre capitali nel breve termine.
C’è poi una quarta tendenza che riguarda il ruolo dei governi. Nonostante bilanci pubblici più rigidi, il Giappone di nuovo viene indicato come esempio di trasformazione dell’ambizione climatica in implementazione concreta: mobilitazione di capitali attraverso la GX Acceleration Agency, rafforzamento della cooperazione internazionale e sviluppo di framework regionali di finanza verde. Il messaggio è che l’allineamento tra politica industriale, strumenti di mercato e capitale privato può accelerare la transizione anche in contesti fiscali complessi.
Quinto, le tassonomie. Diversi Paesi stanno integrando adattamento e biodiversità nei propri quadri regolatori, mentre le banche multilaterali hanno sviluppato una tassonomia comune per la finanza legata alla protezione della natura e degli ecosistemi.
Ma la spinta decisiva potrebbe arrivare dalla finanza di transizione per i settori hard-to-abate come acciaio, cemento e chimica, che possono rendere finanziabili i piani di decarbonizzazione. Di nuovo l’esempio viene dall’Asia, con il caso della provincia cinese di Hebei, dove si concentra l’11% della produzione mondiale di acciaio, che ha selezionato ben 176 tecnologie eleggibili, Per Cbi, quindi, il 2026 vedrà affiancare ai green bond puri, che oggi rappresentano il 62% del debito sostenibile, quelli legati alla «transizione industriale strutturata». (riproduzione riservata)