Di tanto in tanto ritorna nelle aspirazioni di politici e gente comune l’immagine del governo Ciampi del 1993, anche come possibile ispirazione del governo Draghi. Naturalmente si può agire per tentare di fare qualcosa di simile quanto all’impegno e allo spirito pubblico che caratterizzarono quel governo, ma è enormemente difficile, sia per il radicalmente mutato contesto, sia per la composizione e la linea annunciata dell’attuale esecutivo, compiere scelte simili a quelle promosse da Ciampi. Esse si svilupparono, in particolare, con la politica dei redditi (di tutti i redditi) con la concertazione con le parti sociali, con l’inizio della creazione dei presupposti per la concreta adesione all’Europa di Maastricht, con l’avvio della riforma della pubblica amministrazione (poi priva di seguito), con la valorizzazione, fra tanto, del vincolo esterno. Quel governo si costituì dopo la crisi del 1992 con la sconfitta della battaglia per la difesa della lira che portò le riserve della Banca d’Italia al lumicino, ancora oggi oggetto di contrastanti giudizi sulla opportunità di quella lotta allo stremo. Nel frattempo, molte banche si trovarono in gravi difficoltà: fu necessaria una grande operazione di ristrutturazione e consolidamento a livello di sistema su impulso del successore di Ciampi al vertice di Bankitalia, Antonio Fazio. Il governo Ciampi, formato in maniera coesa da personaggi di primissimo piano, conseguì importanti risultati per il rilancio economico e sociale. L’avvio delle privatizzazioni è però un altro aspetto che suscita opinioni divaricate. Il presidente aveva lasciato la Banca d’Italia dopo oltre 45 anni nei quali aveva percorso tutti i gradi, dal più basso fino al vertice. La sua formazione e il suo curriculum non lo avrebbero mai spinto ad assumere impieghi, sia pure alti e transitori, nel privato. L’evocazione del governo Ciampi riporta indirettamente alla mente la sciagurata imposta del 6 per mille sui conti correnti bancari introdotta nottetempo dal precedete governo Amato, i cui pesanti danni Ciampi, governatore allora a Palazzo Koch, dovette attutire con una lettera alle banche con la quale, per superare il clima di grande sfiducia causato dall’imposta, dichiarava che l’Istituto era pronto a sostenere le condizioni di stabilità e di correttezza: era un modo per svolgere un’azione di vera supplenza in uno «stato di eccezione». Quelle vicende restano un grave monito nei confronti di tentativi similari che passassero per la mente al fine di introdurre imposte della specie. Piuttosto, considerata la massa di depositi che si è progressivamente accumulata nelle banche, superiore a 1.700 miliardi, per l’incertezza che ancora grava sull’economia, per la mancanza di fiducia pure nel futuro prossimo e, dunque, per la netta preferenza per la liquidità, bisognerebbe incentivare la possibilità di impieghi alternativi, anche con l’utilizzo in chiave di incentivazione della leva fiscale. Ne ha parlato anche il presidente dell’Abi Antonio Patuelli. Un patto governo-banche-attori sociali-risparmiatori su questa materia, pur non essendo la vera concertazione, potrebbe comunque attivare importanti risorse per l’economia e il lavoro e integrare i fondi del Recovery Plan. Naturalmente, tutto si dovrebbe svolgere nel più rigoroso rispetto della volontarietà e discrezionalità delle decisioni, escludendo anche il ricorso a disincentivi. Sarebbe una mossa pure utile a prevenire decisioni di qualche singola banca che, non appare la più coerente con la valorizzazione del risparmio. Naturalmente, questo sarebbe soltanto un intervento specifico. Per evitare le eventuali critiche di benaltrismo, si deve rilevare che esso non sarebbe certamente esaustivo. E che per mutare in senso favorevole le aspettative e dare certezze occorre l’azione della politica economica e di quella monetaria a livello nazionale ed europeo. (riproduzione riservata)