L’ascesa di Facebook all’apice del successo è stata alimentata da un grande esperimento politico: un minimo intervento normativo per mettere il turbo all’innovazione e rendere i consumatori più ricchi e felici. Normalmente le aziende che trattano male i clienti soccombono alla concorrenza o vengono punite con norme già presenti. Gli eventi degli ultimi mesi suggeriscono che l’esperimento potrebbe aver fatto il suo corso. Effettivamente Facebook ha goduto di un monopolio non regolato e, nonostante le ultime scuse del fondatore Mark Zuckerberg, la compagnia ha pochi incentivi economici a cambiare rotta. Il suo business è vendere l’attenzione degli utenti agli inserzionisti e quindi deve spingersi continuamente oltre i confini in ambito di privacy, mentre la penuria di concorrenti limita le conseguenze in caso vada troppo oltre. Se i policy maker intendono cambiare questa equazione - un grande se - dovranno varare una regolamentazione più severa, o sguinzagliare l’autorità antitrust per alimentare una maggiore concorrenza.
I recenti risvolti a proposito della manipolazione politica dalla Russia e il rilascio non autorizzato di dati a Cambridge Analytica non sono i primi casi. Nel 2007 è stata la volta del news feed di annunci e informazioni in cui un utente si imbatte durante l’accesso, e del servizio Beacon che condivideva l’attività degli utenti con siti di terze parti e altri utenti; in risposta, Facebook è intervenuto a modificare entrambe le feature. Nel 2009 ha cambiato i termini di servizio in modo da poter utilizzare qualsiasi dato caricato dagli utenti per qualsiasi scopo. In risposta alle proteste, Facebook è tornato ai vecchi termini. Nel 2011 ha trovato un accordo transattivo a proposito delle accuse poste dalla Federal Trade Commission di avere garantito agli utenti la possibilità di mantenere le loro informazioni private «permettendo ripetutamente che venissero condivise e rese pubbliche».
Ma nessuno di questi episodi ha avuto alcun impatto visibile sulla crescita degli utenti di Facebook. Non è insolito. I ricercatori hanno scoperto che raramente le aziende pagano un prezzo per gli scandali in tema di privacy. Uno studio del 2006, firmato da Alessandro Acquisti, economista specializzato in privacy presso la Carnegie Mellon University, ha rilevato che la divulgazione di una violazione della privacy ha comportato in media un calo del rispettivo titolo azionario di appena lo 0,6%. Sono diverse le spiegazioni alla mancanza di conseguenze economiche. In primo luogo, i servizi e i prodotti ottenuti in cambio dei dati superano di gran lunga il fastidio o le preoccupazioni legati alla privacy. Infatti, più informazioni i clienti consegnano, più utili saranno gli annunci e i prodotti offerti. Inoltre, i costi di un’invasione della privacy non sono facilmente quantificabili, o sostenuti dall’azienda. Un cliente la cui informazione è stata compromessa o venduta potrebbe non essere mai vittima di un furto d’identità. Un giorno potrebbe essergli negato un posto di lavoro, potrebbe essere arrestato o deportato a causa della sua storia sui social media, ma raramente la gente incorpora tali remoti rischi nelle decisioni odierne. Alcune persone si sentono minacciate dal tracciamento degli inserzionisti o cooptate da ignobili cause politiche, ma non sono in grado di attribuire un prezzo a tali sentimenti.
Martedì scorso alla domanda se Facebook avesse un monopolio, Zuckerberg ha risposto: «A me non sembra di certo». Gli inserzionisti e gli utenti probabilmente la vedono diversamente. «Non è che se non ti piace Facebook puoi andare alla porta accanto e utilizzare i servizi di social networking di qualcun altro», puntualizza Marc Rotenberg, presidente di Electronic Privacy Information Center. Chi voleva più privacy una volta sceglieva WhatsApp, un servizio di messaggistica che prometteva di non utilizzare i dati per la vendita di spazi pubblicitari. Poi, nel 2014 è stato comprato proprio da Facebook . «A cosa era interessato? I dati personali degli utenti di WhatsApp», sottolinea Rotenberg. «Ma quegli utenti li avevano forniti a un’azienda con una migliore tutela della privacy». Nel 2016 WhatsApp ha iniziato a condividere i dati degli utenti con Facebook.
I monopoli non regolamentati vengono raramente lasciati tali. I critici hanno faticato a creare un caso di antitrust contro un’azienda che offre gratuitamente una gamma di servizi in espansione. La privacy potrebbe fornire una logica alternativa: i clienti “pagano” offrendo informazioni personali e potrebbero dover pagare meno (cioè offrire meno informazioni) se fossero in circolazione delle piattaforme concorrenti. Ciò, tuttavia, si rivolge a una società piuttosto che a un comportamento, afferma Acquisti. Al contrario, sarebbe meglio implementare la protezione della privacy in tutte le imprese mantenendo i reali benefici dovuti alla condivisione dei dati, il che richiederà una regolamentazione. «Non possiamo fidarci di queste aziende, non perché siano cattive, ma perché l’incentivo per la raccolta e l’utilizzo dei dati sono molto potenti, e le alternative per i consumatori sono così poche», spiega Acquisti.
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