Il convegno Previdenza e venture capital: stato dell’arte, organizzato da Cassa Depositi e Prestiti e Aifi per oggi, 5 maggio, a Roma, affronta un tema decisivo: come portare fondi pensione e casse di previdenza a investire di più nelle imprese italiane.
Il mercato nazionale del venture capital cresce: nel 2025 gli investimenti sono saliti a 2,3 miliardi e il numero delle operazioni a 419. Ma la distanza dai mercati europei più maturi resta molto ampia. Le novità del decreto Concorrenza 2024, con l’incentivo fiscale per gli investimenti previdenziali nei fondi di venture capital, vanno nella direzione giusta. Ma non basta un beneficio fiscale per cambiare le scelte degli investitori istituzionali. Fondi pensione e casse gestiscono risparmio previdenziale, hanno un dovere fiduciario verso gli aderenti e devono valutare rischio, rendimento, liquidità e orizzonte temporale. Il venture capital, come private equity, private debt e infrastrutture, può offrire rendimenti interessanti ed essere decisivo nel sostenere innovazione, crescita dimensionale delle imprese e competitività. Ma soprattutto nel venture capital pesano rischi elevati, ritorni lunghi e incertezza sulle exit. In assenza di strumenti di mitigazione la scelta prudente resta spesso la diversificazione internazionale.
Così il risparmio italiano continua a finanziare imprese e mercati esteri. Per questo sostengo l’esigenza di introdurre meccanismi pubblico-privati di protezione del rendimento, capaci di consentire ai fondi pensione di investire nell’economia reale italiana senza indebolire la tutela degli aderenti. Non si tratta di sostituire il mercato con lo Stato e di forzare l’allocazione del risparmio ma di costruire condizioni coerenti con la sua natura di capitale paziente.
Oggi c’è una nuova conferma su questa ipotesi di lavoro: il bando Lazio Venture 2 promosso dalla Regione Lazio con Lazio Innova. Il programma prevede capitale pubblico accanto a quello privato, ripartizione asimmetrica dei profitti e, quando necessario, copertura delle prime perdite fino al 25%. In questo modo l’investitore pubblico accetta una remunerazione non proporzionale per attrarre capitale privato dove il fallimento di mercato è più marcato. Questa logica dovrebbe diventare nazionale. Governo e Cdp potrebbero promuovere un fondo di fondi o piattaforme dedicate per canalizzare il risparmio previdenziale verso l’economia reale italiana: protezione più intensa per il venture capital; garanzie più contenute e ritorni asimmetrici meno accentuati per il private equity maturo; strumenti calibrati sul rischio di credito per il private debt; protezioni selettive per le infrastrutture. Andare in questa direzione, con le recenti scelte regolatorie in tema di estensione del principio di portabilità tra fondi negoziali e operatori privati, è oggi ancora più urgente. Rendendo meno stabile la platea degli aderenti si accresce l’incertezza sui flussi, aumenta il rischio di liquidità e c’è meno spazio per investimenti in economia reale.
L’incentivo fiscale del decreto Concorrenza è dunque un primo passo, non il punto d’arrivo. Senza strumenti di protezione del rendimento gli investitori previdenziali continueranno a destinare una quota troppo bassa del patrimonio all’economia reale. E l’Italia continuerà a subire la fuga silenziosa del proprio risparmio. Per trattenerlo serve un’architettura pubblico-privata capace di coniugare sviluppo del Paese e tutela degli aderenti. (riproduzione riservata)
*Università del Sannio
presidente del Fondo Perseo Sirio