I 10 orologi che hanno davvero segnato il loro tempo e non solo
Forme mai viste, materiali mai usati, complicazioni mai sperimentate. Ecco i segnatempo che hanno davvero lasciato il segno
Disse una volta Nelson Mandela che «cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile». Succede nella vita, in politica e persino nell’orologeria. Del resto, l’origine della parola rivoluzione porta in sé la radice della sua complessità, con quel prefisso «ri-», dal latino «re-», che indica tra le altre cose un movimento in senso contrario, che distrugge cio` che e` stato fatto in precedenza.
La rivoluzione è dunque un cambiamento totale, qualcosa che crea ciò che prima non c’era o lo modifica irrimediabilmente. Si parlava dell’orologeria. Tutto sommato un mondo semplice, alla cui base ci sono principi estetici e tecnici facilmente riconoscibili, immutati da secoli perché dettati da necessità pratiche che sottomettono la forma alla funzione.

Eppure, nonostante un’apparente tendenza conservatrice, il mondo delle lancette di pregio è uno dei settori che, specialmente nell’ultimo secolo, ha dimostrato una crescente tendenza all’innovazione. I meccanismi e le complicazioni di base dell’alta orologeria sono stati inventati ai suoi albori e nei decenni successivi, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo; creata la base, da allora in poi, e fino ai giorni nostri, c’è stato ampio spazio per innovare.
Non sempre innovazione ha fatto rima con rivoluzione. Quando è accaduto, però, nulla o quasi è rimasto come prima. Che si tratti di nuove forme, nuovi materiali, complicazioni mai sperimentate, ogni volta che un orologio ha introdotto qualcosa di mai visto, esso è rimasto nella storia dei segnatempo e nelle ossessioni degli appassionati, aprendo e tracciando un cammino che altri avrebbero provato a seguire, senza però potersi mai trasformare, come si dice oggi, da follower a leader.

Aprire nuove strade
Si pensi, per esempio, al Reverso di Jaeger-LeCoultre. Prima di lui le casse cosiddette «di forma», ossia non tonde, già esistevano; ma negli anni 30 una cassa che potesse essere ruotata di 180 gradi nascondendo il quadrante e mettendo in evidenza il fondello, non si era mai vista. Nata per rispondere alle esigenze dei giocatori di polo che non volevano vedere il vetro dell’orologio andare in frantumi colpito da una mazza, è stata una soluzione rivoluzionaria diventata in quasi un secolo un simbolo di stile.

Grosso modo come l’attuale referenza 5327R di Patek Philippe. Chi pensa che sia un calendario perpetuo come un altro, probabilmente non conosce il più illustre antenato dal quale deriva, la referenza 3940 che quest’anno compie 40 anni. Con la disposizione armonica dei contatori e una proporzione inarrivabile tra dimensioni della cassa e ariosità del quadrante, ha dettato uno standard di eleganza che ha tutt’oggi pochissimi rivali. Ha la metà dei suoi anni, invece, un cronografo il cui nome già lo individua come l’origine di qualcosa che prima non c’era.

Con un mix audace di forma e materiali, il Big Bang di Hublot ha cambiato nel 2005 l’idea di cronografo sportivo; a Watches and Wonders Geneva, il marchio ha omaggiato la ricorrenza con una interpretazione rivoluzionaria come quella di 20 anni fa.
Tornando all’inizio di questo pezzo, la realtà storica secondo cui l’orologeria non ha più tanto da inventare quanto da innovare ci è stata ricordata in una recente chiacchierata da François-Paul Journe, uno dei pochi maestri che tramandano l’eredità di eccellenza che risale ad Abraham-Louis Breguet, il padre dell’orologio moderno. Con il suo Chronomètre à Résonance, nel 2000 Journe ha messo l’eleganza della forma e l’eccellenza della meccanica al servizio della scienza, trasformando il principio fisico della risonanza in pura poesia orologiera e creando qualcosa di inedito, lontano dalle tendenze.

Cacciatori di trend
Chi invece le tendenze le ha interpretate associandosi a un mito è stata Omega. Trent’anni fa, il marchio svizzero ha messo per la prima volta al polso di James Bond, nelle pellicole della saga a lui dedicata, il proprio Seamaster Diver 300M che, nato nel 1993, è rapidamente diventato «l’orologio di 007», soppiantando gli altri segnatempo associati in passato alla spia più celebre di sempre.

Di film in film, di attore in attore, Omega ha fatto evolvere il proprio orologio subacqueo adattandolo allo spirito dei tempi e trasformandolo in un fenomeno da collezionisti. Non è un caso che il No Time to Die legato all’omonima pellicola del 2021, l’ultima uscita, sia tuttora un top seller nel catalogo del marchio. Più o meno ciò che accade al Lange 1 di A. Lange & Söhne, uscito nel 1994. Un quadrante riconoscibile, la grande data ispirata all’antico orologio del teatro Semperoper di Dresda, un calibro altrettanto celebre grazie alla sua platina a tre quarti tipica della tradizione di Glashütte ne hanno fatto il pezzo simbolo dell’orologeria tedesca, il primo della manifattura rinata poco dopo il crollo del muro di Berlino (a proposito di rivoluzioni vere…).

Primati tecnici e inediti design
Parlando di innovazioni, invece, quando il Conquest Central Power Reserve di Longines apparve nel 1954 portò la visualizzazione della riserva di carica al centro del quadrante, grazie all’impiego di dischi rotanti coassiali. Qualcosa di totalmente inedito, che il marchio della Clessidra alata ha riproposto nel 2024, in occasione dei 70 anni della complicazione, evidenziando così quanto essa già fosse moderna al momento della sua comparsa.

Una modernità che, nel 1969, aveva come proprio obiettivo la creazione del primo cronografo automatico. Un primato che all’epoca si contesero Seiko, Zenith e una joint venture formata da Breitling, Heuer e Hamilton. Quest’ultimo consorzio lavorò al cosiddetto «Project 99», con il quale i tre marchi svilupparono il Calibro II, indicato poi come Chronomatic, che incassarono in alcuni dei loro orologi più moderni. Il Chrono-Matic di Hamilton fu uno di quelli, la cui eredità vive oggi nell’American Classic Intra-Matic Auto Chrono.

Il suo design del 1969 e la precisione delle prestazioni cronometriche ricordano ancora oggi quanto, quella del cronografo automatico, sia stata una delle vere rivoluzioni orologiere del XX secolo alla quale, come abbiamo visto, partecipò anche Heuer. Il suo Monaco fu tra gli orologi del marchio che, insieme all’Autavia e al Carrera, montò i primi Chronomatic, ma la sua novità dirompente fu soprattutto di design, oltre che tecnica.

Essere il primo cronografo con cassa quadrata, oltretutto impermeabile, era e rimane ancora adesso una medaglia appuntata al petto di un segnatempo capace di rompere le regole in un settore, quello del cronometraggio sportivo, nel quale la sfida continua all’innovazione, nel 1969 come oggi, era un’ossessione. Così come la sfida all’impermeabilità degli orologi subacquei, alla quale Panerai diede, negli anni 50, una risposta tecnica destinata a diventare una inconfondibile firma estetica del brand, insieme all’orologio che fu tra i primi ad adottarla: parliamo del ponte proteggi-corona e del Luminor, due realtà che vanno insieme fin dalla referenza 6152/1 del 1956, che ridefinì gli standard dei diver professionali, prima militari e poi per il mercato civile.

Dovrebbe quindi essere evidente che, di innovazione in rivoluzione, in poco meno di tre secoli l’industria delle lancette ha saputo trovare innumerevoli strade per evolvere, nonostante il grande problema della misurazione precisa del tempo sembrasse essere stato risolto già alla fine del ’700. Però, come scrisse il poeta brasiliano Joaquim Maria Machado de Assis, «le occasioni fanno le rivoluzioni». Bisogna saperle cogliere. Nella vita come nell’orologeria. (Riproduzione riservata)
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