Un Paese, l’Italia, ancora strategico per l’espansione degli studi legali. Prescindendo dal sentiment generale che vede saturo il mercato per la crescita sostenibile di realtà già di grande taglia, ci sono law firm, come Hogan Lovells, che per il loro business vedono grande potenziale nel margine di profitto che può offrire la Penisola.
A parlare per lo studio sono in primo luogo i numeri. Dopo i recenti ingressi negli uffici di Roma e Milano, lo studio internazionale conta oggi in Italia 160 avvocati, 26 soci e un fatturato che, prima dell’ingresso del nuovo team, contava già 50 milioni. «Se guardiamo agli studi legali che hanno il nostro stesso peso in America e che hanno anche investito in Italia, il numero è molto basso», spiega Miguel Zaldivar, ceo di Hogan Lovells. «Non ci sono molti studi con 1,3 miliardi di dollari di ricavi negli Stati Uniti che si sono posizionati in Italia così come abbiamo e vogliamo continuare a fare noi. Se a questo si aggiunge la connessione storica e strategica che intercorre tra Stati Uniti e Italia, tutto questo rende questo Paese un’opportunità perfetta per il nostro business». La law firm genera il 90% dei suoi guadagni da cinque industries: life science e health, settore in cui l’Italia si sta estremamente sviluppando, energia insieme a automotive, financial institutions e in particolare il technology. «Il lavoro dei nostri professionisti in Italia è molto redditizio, le practices sono sviluppate e lavoriamo in settori industriali in cui operiamo anche all’estero, quindi ha perfettamente senso per noi fare dell’Italia una priorità, perché si inserisce perfettamente nella nostra geografica aziendale», aggiunge l’ad dello studio.
Fuori dalla Penisola, la law firm si concentra su quello che Zaldivar definisce «i quattro motori o i quattro hub», con cui l’Italia ha comunque una connessione. Oltre a Washington, la sede più grande negli Stati Uniti, il secondo polo è Londra, «dove ci sono altri studi legali leader con presenza anche in Italia, quindi lì sappiamo di fronteggiare la concorrenza», aggiunge Zaldivar. Gli altri due motori sono geolocalizzabili in Germania, dove Hogan Lovells è tra i primi tre studi per dimensioni, e la Francia. «Se guardiamo alle sinergie tra Germania, Francia e Italia, sono immense. Avendo due hub che si trovano nell’economia numero uno e in quella numero due dell’Europa, per noi ha perfettamente senso continuare a investire e a crescere in Italia, perché crediamo che sia il terzo mercato chiave dell’area e che abbia grandi potenzialità insieme agli altri due».
A sostenere la strategia di crescita della law firm sono i risultati internazionali rimasti solidi anche in anni turbolenti come gli ultimi. «Per noi il 2023 è stato uno dei migliori anni di sempre, nonostante l’andamento dell’economia globale sia stato carente», evidenzia Zaldivar, spiegando che questo è stato reso possibile dalla struttura internazionale su cui si basa lo studio. «Siamo un’azienda con quasi 3 miliardi di dollari di fatturato globale, completamente integrata e con presenze storiche e radicate nei paesi dove lavoriamo. Non siamo un franchising e non abbiamo una singola cultura dominante, questo lo si vede anche dalla composizione multietnica del nostro cda. Una struttura del genere ci aiuta in momenti come questo perché riusciamo a bilanciare le practices tenendo in considerazione la situazione geopolitica, investendo di più in un luogo e rallentando in un altro». Su queste basi, negli ultimi cinque anni la crescita dei profitti per equity partner è stata dell’83%, la crescita dei ricavi globali per singolo avvocato del 23%, in America del 30%, mentre la crescita dei profitti per professionista del 40%.
Se si guarda al futuro l’intenzione dello studio non guarda all’apertura di nuove sedi ma a un piano di importanti investimenti. «Vogliamo investire di più in America: a New York, in California e in Texas», spiega il ceo. «A New York per il settore finanziario, che è uno dei nostri tre principali, in Texas per l’energy e il life science e in California ovviamente per la tecnologia». L’intenzione numero due dell’ad, rieletto a settembre per il suo secondo mandato, è anche di investire e rafforzare i quattro «motori di crescita» tra Washington, Londra, Germania e Francia. «La priorità numero tre in questa strategia», continua Zaldivar, «sono gli investimenti nei paesi e nei settori più regolamentati in cui siamo più forti. Qui investiremo presto in modo da poter consolidare il nostro posizionamento e l’Italia si inserisce perfettamente in questo piano».
È proprio sulla regolamentazione dei settori che Hogan Lovells continuerà a basare la crescita. «La pandemia e le guerre hanno spinto i governi a regolamentare sempre di più non solo le nostre vite ma anche le vite delle aziende che adesso hanno bisogno di essere affiancate per poter rispondere a processi complessi come le transizioni», fa notare il ceo. «Per noi che lavoriamo nella consulenza legale di settori molto regolamentari, è un vantaggio competitivo. Le multinazionali hanno la necessità di avere qualcuno che sappia navigare nelle complessità del mondo geopolitico soprattutto quando i paesi parlano sempre più di barriere commerciali».
Ma la regolamentazione non è l’unica «tendenza» trascinata dalla pandemia. «Il mondo legale è completamente cambiato dopo il Covid-19, abbiamo dovuto imparare la flessibilità lavorativa, abbiamo capito quanto è importante la salute mentale dei nostri dipendenti e anche quanto sia fondamentale riconnetterci fisicamente come studio, anche a livello internazionale», aggiunge ancora il ceo.
Meno preoccupato da fenomeni come la difficoltà nell’attrarre talenti o dai passaggi generazionali che considera problematiche proprie di realtà più locali, Zaldivar ritiene indispensabile invece l’approccio alla tecnologia e in particolare all’AI nel guardare al futuro della professione. «Nei prossimi anni con l’intelligenza artificiale», conclude l’ad, «vedremo sempre meno avvocati mediocri avere successo e più avvocati bravi, soprattutto con la tecnologia, fare carriera. Il futuro si giocherà tutto sulla qualità ed è per questo che è importante voler essere i migliori non i più grandi». (riproduzione riservata)