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Guerra Usa-Iran, dove vanno pil e inflazione in Eurozona col petrolio sopra 100 dollari

13 marzo 2026, 15:30 Ultimo aggiornamento: 15:39

L’analisi di Bloomberg sull’effetto del rialzo del greggio e i tre fattori che possono accelerare la fine della guerra

Dopo due settimane di guerra Usa-Iran il petrolio oscilla fra 95 (Wti) e 100 dollari (Brent) nonostante il rilascio delle riserve strategiche sul mercato. Le borse sono in preda alla volatilità, un giorno cadono, poi salgono debolmente, ma la domanda chiave nella guerra in Medio Oriente non è più l’intensità del conflitto, piuttosto la sua durata, avvertono gli analisti di Bloomberg.

Tre mesi di chiusura di Hormuz: 164 dollari al barile

Con lo Stretto di Hormuz chiuso, passaggio strategico di greggio per le maggiori economie mondiali, le interruzioni nelle forniture sono ormai certe e l’unica incognita è per quanto tempo dureranno. A questo punti gli esperti americani fanno una serie di riflessioni andando a guardare i modelli sull’impatto potenziale fondati sui dati risalenti dal 1988 ad oggi. Un mese di chiusura spingerebbe il prezzo del Brent verso 105 dollari al barile (quasi ci siamo), mentre tre mesi di blocco porterebbero invece i prezzi vicino al picco di 164 dollari.

«Studi accademici e recenti shock dell’offerta», spiegano gli analisti, indicano che una perdita dell’1% dell’offerta globale tende a far salire i prezzi del petrolio di circa il 4%. Applicando questo rapporto a uno scenario con lo Stretto di Hormuz chiuso, il prezzo del greggio si avvicinerebbe a 108 dollari. 

Il limite superiore, in ogni caso, resta «comunque ben al di sotto dei 200 dollari al barile. Può sembrare un livello basso rispetto alla portata dello shock, ma i mercati non sono passivi: reagiscono», nota Bloomberg. Dal momento che, come ci si può ben immaginare, «prezzi più elevati distruggono domanda, stimolano nuova offerta, accelerano lo sviluppo di alternative energetiche e possono persino contribuire a mettere fine al conflitto».

Che cosa accade a pil e inflazione col petrolio al 110 e 170 dollari

Gli effetti negativi si estenderebbero dal petrolio all’intera economia globale. Secondo il modello Shok, un prezzo del greggio intorno a 110 dollari ridurrebbe il pil di circa lo 0,5% e farebbe salire l’inflazione di 1 punto percentuale nel Regno Unito e nell’Eurozona. Con il petrolio vicino ai 170 dollari, entrambi gli impatti raddoppierebbero. Negli Stati Uniti, invece, l’effetto principale sarebbe un aumento dell’inflazione. Lo scenario di base degli analisti, quindi quello ritenuto oggi più probabile, è che l’attuale livello di intensità del conflitto difficilmente durerà ancora per molte settimane. La guerra potrebbe evolvere verso un cessate il fuoco o un conflitto a bassa intensità. 

I tre fattori che possono accelerare la fine della guerra

Tre fattori potrebbero accelerarne la fine: 1. il danno economico provocato dal petrolio caro, 2. l’esaurimento delle scorte militari in Iran o nei Paesi del Golfo Persico, 3. la crescente pressione dell’opinione pubblica negli Stati Uniti. (riproduzione riservata)



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