Trentacinque anni fa, il 9 novembre del 1989, la caduta del Muro di Berlino segnò la fine degli Accordi di Yalta del ‘45 e la divisione dell’Europa in due aree incomunicabili di influenza politica e di cooperazione militare ed economica: da una parte c’erano gli Stati Uniti, con l’Alleanza Atlantica e la Cee; dall’altra l’Urss col Patto di Varsavia ed il Comecon. I regimi comunisti dell’Europa, che si estendeva al di là della Cortina di ferro eretta per confinarne la barbarie, caddero l’uno dopo l’altro senza clamore, con quella che venne denominata la Rivoluzione di velluto: la Storia dell’Europa aveva ripreso il suo corso. Fatta eccezione per la Bielorussia e l’Ucraina, l’Occidente estendeva progressivamente la propria area di influenza fino a lambire le frontiere della Russia. La dissoluzione dell’Urss e l’abbandono della Csi da parte di ben tredici Stati dichiaratisi sovrani ed indipendenti, aveva concluso l’epoca iniziata con la Rivoluzione sovietica. La Russia non era più l’altra superpotenza che competeva con gli Usa per il dominio geopolitico: da allora, gli Usa si assunsero il ruolo solitario di gendarme del mondo, che si è assunto l’onere di assicurare il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei popoli dai soprusi.
Ancor prima, tra il 1973 ed il 1975, mezzo secolo fa, dall’altra parte del mondo, sulle sponde del Pacifico si era consumato l’epilogo della guerra americana in Vietnam: prima gli Accordi di Parigi, quindi le drammatiche dimissioni del presidente Richard Nixon ed infine la caduta di Saigon segnarono quella «pace con onore» che in realtà era stata per Washington una disfatta strategica, politica e militare. Gli Stati Uniti erano subentrati malamente nel ruolo coloniale della Francia che aveva dovuto abbandonare un’Indocina divisa. Nei confronti della Cina, il riavvicinamento che era stato voluto da Henry Kissinger per porre termine al conflitto in Vietnam aveva in realtà rispolverato quella «politica della porta aperta» che aveva storicamente caratterizzato la politica americana volta a contrastare per un verso l’egemonia giapponese nel Pacifico e per l’altro la invadente presenza dell’Impero britannico.
La riconduzione della Russia al ruolo di potenza regionale, e l’ingresso a partire dal 2001 della Cina nel Wto che era stato fortemente voluto dall’amministrazione Clinton, al fine di farsi carico della old economy in quanto rappresentava per gli Stati Uniti un inutile fardello, avevano creato le condizioni per dominanza anche economica degli Stati Uniti su entrambi i versanti oceanici. Di fatto, già la grande crisi finanziaria americana del 2008 aveva manifestato la insostenibilità di questo assetto: c’era la crescita economica inarrestabile della Cina con un avanzo strutturale e crescente della bilancia commerciale con gli Usa; i legami sempre più stretti della Germania con la Russia sotto il profilo energetico e con la Cina dal punto di vista industriale e commerciale. Nella competizione con la Cina, i dazi imposti alle importazioni imposti da Trump e le progressive limitazioni all’export di tecnologie avanzate in campo informatico hanno segnato una prima svolta. Tutto torna. In Europa, il conflitto portato dalla Russia nei confronti dell’Ucraina ha riportato all’indietro l’orologio della Storia. Del pari, l’America sta erigendo una nuova Cortina di ferro, stavolta per cingere d’assedio la Cina sotto il profilo economico e geopolitico. (riproduzione riservata)