Per comprendere quale sia il piano strategico della presidenza Trump bisogna partire ancora una volta dai dati economici Usa: nel 2024 il deficit federale è stato pari a circa 1,8 trilioni, il disavanzo commerciale ha superato i 3 trilioni e la posizione finanziaria netta negativa pari a 22 trilioni di dollari.
Nello stesso periodo, il fisco ha incassato solo 77 miliardi di dollari in dazi, una cifra non confrontabile con i 600 miliardi di dollari che vengono ipotizzati da Trump nella nuova World War Fee (copyright by New York Post). Certo, a parte la Cina e i dazi su settori come l’acciaio et similia, adesso siamo in un mondo sospeso a 90 giorni dove i dazi globali rimangono «solo» al 10%. Della serie: quanto è buono Trump.
Ma ecco il piano strategico di «ipnocrazia» del presidente. Perché quello di cui non ci rendiamo conto è che questo 10% per tutti è già tantissimo in quanto le importazioni Usa del 2024 sono pari a circa 4.100 miliardi di dollari complessivi, ovvero a 410 miliardi di dollari di dazi al 10%. Se ci mettiamo anche quelli alla Cina e i settoriali, i 600 miliardi di dollari ipotizzati diventano quasi realtà. Ma anche questi dazi non sarebbero sufficienti a coprire il deficit federale.
Non solo: Trump ha detto che vuole rifinanziare il taglio delle tasse che aveva varato nel 2017 (circa 450 miliardi di dollari all’anno). A cui vanno aggiunte le riduzioni fiscali promesse in campagna elettorale per azzerare (si dice) le tasse a tutti quelli che guadagnano meno di 150mila dollari prima delle elezioni di mid-term (novembre 2026). Smettere di tassare gli americani per tassare (i dazi sono tasse) il resto del mondo.
Ecco allora il piano Maga globale. Eliminare (o quasi) le tasse come appena descritto, vincere alla grande le elezioni di Midterm e molte delle elezioni degli Stati federali nello stesso periodo. Tra il 2026 e il 2027 si rinnovano i governatori di 39 Stati federali, più il District of Columbia (Washington), più tre territori. Per cambiare la Costituzione e introdurre un eventuale terzo mandato del presidente serve il voto dei due terzi di Camera e Senato e del 75% degli Stati federali, ovvero 39 Stati. Gli Stati già nelle mani della maggioranza repubblicana sono 27.
Questi numeri vi dicono qualcosa? Per questo, una vera partita si può giocare solo sul terreno del debito pubblico Usa. A fine 2024 ammontava a 36,2 trilioni di dollari. Di questi, 8,5 trilioni di dollari (più del 30%) sono in mano a soggetti esteri, di cui il 45% è rappresentato da entità governative e banche centrali. Cina (759) e Giappone fanno la parte del leone, ma se si sommano gli investitori si arriva a 1.600 miliardi di dollari, che diventano 2.700 se si aggiungono i Paesi europei non Ue. È l’unico modo che i grandi player governativi e di mercato hanno per influenzare un piano che non è economico ma politico/strategico.
Tutti gli altri obiettivi (la correzione del deficit pubblico Usa, il rallentamento della crescita del debito pubblico, la correzione dello squilibrio della bilancia commerciale e la re-industrializzazione) sono importanti ma secondari. Per questo, credo che siano miopi coloro che pensano che non ci sia una strategia dietro i piani di Trump.
Certo, da osservatori terzi, sappiamo che i timori di una possibile recessione, il rischio di perdita della centralità del dollaro, le risposte della Cina, la tassazione di big tech e big bank americane e le possibili svalutazioni competitive di yuan ed euro nonché l’avvento dei loro gemelli digitali, potrebbero rappresentare ostacoli importanti a questo piano strategico.
E crediamo che anche l’attuale presidenza sia consapevole di questi scenari e dei relativi rischi. Ma anche noi dobbiamo essere consapevoli che il loro mantra è uno solo: non succede ma se succede… (riproduzione riservata)
* presidente Confassociazioni e Ancp