La storia recente del gruppo fondato nel 1957 è stata all’insegna della crescita: Granarolo si è consolidato come il primo operatore agroalimentare a capitale italiano nel settore. La sua forza risiede nella filiera italiana del latte, guidata dalla cooperativa Granlatte Scarl con il 63,14% del capitale.
Ma l’Italia non è il mercato principale di quest’azienda che ha impresso soprattutto negli ultimi anni una forte accelerazione internazionale, con un fatturato che nel 2024 ha raggiunto i 1.720 milioni di euro e il 40% del net sales che è stato generato dalle vendite all'estero. La strategia di internazionalizzazione è chiara: Granarolo conta 15 stabilimenti in Italia e 8 all'estero, con recenti mosse strategiche come l'acquisizione della West Horsley Dairy, azienda di distribuzione di prodotti lattiero-caseari nel Regno Unito, nell’ottobre 2025.
«Confermiamo che Granarolo crescerà ancora nei prossimi anni», osserva Filippo Marchi, direttore generale dell’azienda. «Il peso del fatturato generato in paesi diversi dall’Italia andrà crescendo dal 2026 al 2029», argine temporale in cui andranno distribuendo gli obiettivi del nuovo piano strategico. «Il dairy italiano esportato all’estero è cresciuto in modo significativo e oggi veleggia oltre i 6 miliardi di euro», spiega il dg.
II mercato di riferimento più forte per l’azienda è la Francia, con 300 milioni di euro di fatturato e un 25% di export italiano dairy nel Paese. Ma è la Germania che merita un'analisi a parte, perché è un Paese che vale oltre 800 milioni di euro in termini di export, è il secondo mercato di destinazione del dairy italiano e soprattutto «qui stiamo guardando alla ricerca di una potenziale partnership per studiare opportunità di crescita», rivela Marchi.
Altro polo in cui l’azienda è presente sono gli Stati Uniti, dove Granarolo ha un impianto che lavora latte per produrre formaggi freschi. Ma in quanto ai dazi imposti dal presidente americano Donald Trump «non abbiamo avuto impatti significativi, perché sono andati a sostituirsi al sistema delle quote. Il dazio (del 15%, ndr) ha cancellato le preesistenti situazioni e pertanto non abbiamo risentito di alcuno sconvolgimento».
Il problema sul mercato americano è un altro: la svalutazione del dollaro, «che rende meno attraenti i prodotti europei e avrà un impatto sui volumi dei formaggi italiani come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, che si trovano nell’80% delle catene distributive americane».
In quanto ai prodotti più richiesti, la strategia di Granarolo è incentrata attorno a specialità casearie come la mozzarella e la ricotta. A riprova di ciò il gruppo di recente ha rilevato, con un investimento di 25 milioni, il caseificio di Perla di Gioia del Colle, in provincia di Bari, riconvertito per diventare centro di produzione di queste prelibatezze. (riproduzione riservata)