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Giorgia Meloni
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Governo Meloni alla boa dei venti mesi: ecco perché è una gestione sovranista a metà

09 agosto 2024, 19:07 Ultimo aggiornamento: 12 agosto 2024, 10:19

La pagella di venti mesi di governo di Giorgia Meloni: la borsa è positiva e lo spread cala. Ma il debito costringe a dismissioni forzate che sanno di regalo. A parole è nazionalista, nei fatti comandano Ue e Bce  | Ecco quanti soldi ci sono nelle casse dei partiti

Se il dettaglio appartiene alla cronaca e l’evento alla storia per tracciare un bilancio economico e finanziario dei primi venti mesi del governo di Giorgia Meloni occorre capire cosa è stato prodotto dalle politiche dell’esecutivo, cosa è avvenuto per caso, cosa infine è ancora attinente alle tradizioni di un paese.

Il cambiamento storico: una donna alla Ragioneria generale dello Stato

Partendo dall’ultimo punto, sicuramente un fatto storico è stato l’avvento di una donna sulla poltrona di Ragioniere Generale dello Stato, come anticipato da questo giornale. Daria Perrotta, che ha preso il posto di Biagio Mazzotta e occuperà la scrivania che fu di personaggi quali Andrea Monorchio, dovrà gestire la difficile fase di attuazione del nuovo Patto di stabilità, la contabilità – complessa – del Pnrr e gli ultimi miasmi del superbonus.

Mal contati si tratta di oltre quattrocento miliardi di euro a cui si deve aggiungere la prossima manovra economica per il 2025 che dovrà accontentare troppe persone per non lasciarne qualcuna a bocca asciutta.

Il debito pubblico: un problema endemico

Di endemico c’è poi il boom del debito pubblico che dal 22 ottobre del 2022, giorno del giuramento di Giorgia Meloni come premier nelle mani di Sergio Mattarella, è aumentato di ben 152 miliardi di euro (a 2.918 mld) a fronte di uno spread che per fortuna è sceso in venti mesi da 233 a 144 (dato dell’8 agosto).

Questa crescita senza freni, purtroppo, viene ormai considerata una patologia senza che nessuno si prenda l’incarico di curarla: un immobilismo, che si spera verrà sbloccato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che rende da ormai trent’anni impossibile ogni politica economica a favore delle imprese, come vorrebbe una ancora timida Confindustria, e delle famiglie, che non hanno nemmeno un Emanuele Orsini cui appellarsi per pagare meno dazio sul costo della vita e meno soldi per un ombrellone.

Lo scandalo delle concessioni balneari

Quest’ultimo caso dei cosiddetti balneari è uno scandalo tutto italiano - informarsi su quante spiagge libere ha la Francia sarebbe utile - che sta rendendo praticamente inaccessibile il mare al popolo italiano con i suoi oltre 7.200 stabilimenti (+26% dal 2011) su oltre 7.400 chilometri di coste, che diventano esorbitanti se si considerano quelle raggiungibili (3.900 chilometri).

Se Meloni davvero rivedesse le concessioni demaniali e il numero di licenze per i tassisti, come le chiedono l’Europa e l’Antitrust, potrebbe davvero entrare nella storia, una cosa che ha ben evitato di fare persino uno come Mario Draghi che pur al Quirinale aspirava.

Le iniziative finanziarie del governo

Dal punto vista finanziario e dei fatti generati da politiche governative, si può dire che l’esecutivo sta provando a promuovere, soprattutto per l’iniziativa della Lega, misure che incentivino il risparmio verso la borsa con appositi incentivi e fondi (compreso quello Sovrano gestito da Cdp) ma essa è ancora tra le migliori dal 22 ottobre 2022 non tanto per la presenza di Meloni a palazzo Chigi (+47% nei venti mesi di governo) ma per quella di Vladimir Putin in Ucraina.

Dall’invasione dell’Ucraina tutti i listini (Tokyo in testa con un bel +32%) crescono ancora a doppia cifra, Nasdaq in testa: in questo mondo in fiamme può molto di più un’arma che un bonus ipo, purtroppo.

Occupazione, disoccupazione e la fine del reddito di cittadinanza

Sicuramente la riduzione del tasso di disoccupazione (-10%) e l’aumento dell’occupazione (+2,7%) derivano dalla brusca riduzione del reddito di cittadinanza, che ha ricondotto sulla via del lavoro decine di migliaia di persone e da una situazione economica migliore di quanto gli stessi italiani tendano a rappresentare: l’export va sempre alla grande (+2,7%) e nel mondo pesa il doppio del pil italiano, l’inflazione è crollata, anche se i prezzi sono rimasti su, la crescita potrà centrare un onesto +1% che potrebbe essere ancora più alto se i proventi del turismo fossero tutti in chiaro e se venisse ridotta l’evasione fiscale.

Privatizzazioni e dismissioni: quanto margine al governo?

Tra i fatti a metà tra gli ineluttabili e quelli decisi a tavolino si collocano poi le privatizzazioni, da cui ci si attendono 20 miliardi di euro in più anni. Esse sono necessarie, in primo luogo perché lo Stato ogni anno deve pagare 100 miliardi di interessi sul debito pubblico, una cifra ormai scandalosamente superiore a quanto l’Italia spende per l’istruzione, e perché, come scandiva Giulio Tremonti, ce lo chiede l’Europa.

Va da sé che suscitano perplessità dismissioni come quella di Ita a Lufthansa, che priverà di un vettore il paese leader mondiale nel turismo e Milano di un collegamento con New York: davvero non possiamo permetterci un socio italiano come Gianluigi Aponte nella nuova compagine dell’ex Alitalia?

O come quella a tranche di Mps, gioiellino rimesso al mondo da Luigi Lovaglio e ora ceduto a pezzi anche per evitare di fare un’altra scombinata tassa sugli extraprofitti bancari. Servono soldi, manca la strategia.

Come c’è anche da chiedersi cosa abbiano in più degli altri gli americani di Kkr, che si sono portati a casa la rete di Tim, incassando un lauto affitto annuale di 2 miliardi dagli ex proprietari, e anche una fetta di Enilive.

Forse un po’ di attenzione su questo fronte, compresi i fondi che militano nella compagine della nuova società Autostrade a trazione pubblica-Cdp (Macquarie e Blackstone), la premier e il suo staff dovrebbero prestarla, perché non può far parte di un disegno sovranista vendere asset strategici della nazione e far gestire ai colossi a stelle e strisce telecomunicazioni e servizi. Qui di nazionalista c’è solo il nome, quello che non è più issato nemmeno sulla pista del Lingotto, un tempo Fiat.

La pagella dei mercati e le sfide future del governo sovranista

Probabilmente la pagella dei mercati è quella che Meloni può sfoggiare con più convinzione ma manca ancora un racconto del paese e un quadro di seria politica industriale da illustrare loro. Se alcuni numeri sono perciò indubbiamente positivi, è del tutto chiaro che sulle due variabili principali che muovono la finanza e il credito, i tassi decisi dalla Bce e le politiche green della Commissione Europea, la premier può ben poco. Noi nuotiamo a fatica nella cronaca, altri prendono il sole e decidono i tempi della storia.


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