Cosa intuisce quella parte del mercato finanziario che finora non ha scontato il caso peggiore per le conseguenze globali del conflitto nel Golfo e che ora fa scommesse per il futuro più ottimiste che pessimiste? In parte per evidenze e in parte per gli scenari di alcuni think tank - tra cui quello che coordino - che vedono una convergenza tra Usa e Cina, pur in formato di cooperazione intrabellica, per mantenere localizzati i conflitti con lo scopo di evitare che abbiano conseguenze di destabilizzazione del mercato globale. L’ultima prova è la pressione riservata di Pechino per la mediazione formalmente centrata sul Pakistan tra Usa e Iran che segnala una comunicazione diretta tra Washington e Pechino stessa.
La Cina non è ancora pronta a sfidare direttamente gli Stati Uniti sul piano della deterrenza militare, pur investendo su un riarmo accelerato e futurizzante, e non riesce a trasformare il suo modello economico trainato dall’export in uno tirato dai consumi interni. Pertanto deve esportare grandi masse di beni non assorbite dal proprio mercato interno (sovracapacità) e per farlo ha bisogno di un mercato globale il più stabile e accessibile possibile. In questa strategia deve minimizzare la pressione limitativa statunitense. E ha scelto di farlo temporaneamente mettendosi in postura di minimo confronto conflittuale con Washington e di attore collaborativo necessario, pur non amico, dell’America.
La speranza strategica della conduzione di Xi Jinping è arrivare a un accordo pur non strutturato G2 con gli Usa contando su uno scenario di lungo termine (tipo logica strategica di Sun Tse) dove l’America sarà più piccola della Cina sul piano dell’influenza globale. La conduzione di Trump sta reagendo con una strategia di tempi brevi (tipo logica strategica di von Clausewitz) per togliere tale potenziale di geo-influenza a Pechino.
Ma nel caso del conflitto nel Golfo ha bisogno della Cina per togliersi dai guai di un piano militare non ben preparato. E Pechino ha bisogno di chiudere la questione sia per proprio rifornimento energetico - non volendo dipendere troppo dalla Russia per mantenere la superiorità su di essa - sia per evitare crisi nel mercato internazionale che penalizzerebbero il suo export.
In base a questa analisi è probabile che Hormuz verrà sbloccato in tempi non lunghi. Resta però l’incognita di quanto potenziale di interdizione resti al regime iraniano. E tale incognita avrà un impatto sulla volatilità del mercato finanziario. Da un lato, si nota una convergenza sino-americana per una ristabilizzazione sistemica.
Dall’altro, la Cina difficilmente potrà accettare una resa totale iraniana all’America e Washington non potrà dare il consenso a una sconfitta solo parziale del regime iraniano. Quindi quale esito della tregua in atto nel Golfo è più probabile? Una tendenza stabilizzante, ma esposta a volatilità e forse non breve. Comunque al mercato va segnalato di dare più attenzione alla relazione G2, più chiara tra un mese circa. (riproduzione riservata)