Opzioni e futures sono prodotti appartenenti alla famiglia dei derivati. Entrambi gli strumenti permettono potenzialmente di ottenere guadagni illimitati ma presentano delle caratteristiche distintive nella gestione.
La famiglia dei prodotti derivati, di cui fanno parte opzioni e futures, raccoglie quei prodotti che non possiedono un valore intrinseco, ma vivono, per così dire, sulle spalle di altri, che fungono da mercato sottostante o "underlying" (anche detto “cash” o “fisso” oppure “mercato a pronti”, in contrapposizione al “mercato a termine” costituito dai prodotti derivati in genere).
I derivati sono infatti strumenti attraverso i quali è possibile acquistare a termine un'attività, ovviamente fissandone in anticipo il prezzo e la scadenza, in contrapposizione al mercato sottostante (o "cash") caratterizzato dalla negoziazione "a pronti" al prezzo corrente.
Per i derivati è poi previsto all'atto della negoziazione il versamento solamente di una sorta di caparra che, rappresentando una piccola parte del valore nominale controllato dal contratto, fa sì che l'investitore usufruisca dell’effetto-leva ( o "leverage") in grado di amplificare i risultati che si otterrebbero invece sul mercato sottostante. Ad esempio, mentre un investimento azionario frutta il 6%, in concomitanza di un analogo apprezzamento delle quotazioni, un impiego in opzioni call sullo stesso mercato frutterebbe invece il 120%, qualora il leverage dell'opzione fosse pari a 20 (20x6%).
All'atto pratico esiste una differenza fondamentale tra futures e opzioni:
Quanto detto sulle option vale in riferimento all'acquisto di option, di tipo call o put che siano. Quando invece vengono vendute opzioni allo scoperto il profilo di rendimento/rischio si capovolge: il guadagno massimo diventa pari al premio, mentre la perdita massima diviene potenzialmente illimitata.

La perdita massima, che è potenzialmente illimitata, viene però compensata da maggiori possibilità di chiudere l'operazione con un utile: in caso di vendita allo scoperto, infatti, si guadagna il premio corrisposto dall'acquirente non solo quando il mercato sottostante l'opzione va nella direzione sperata, ma anche quando rimane invariato o al limite si muove leggermente contro.
Il premio dell’opzione è il costo di mercato dell’opzione. Cioè quello che si paga per possedere il contratto oppure quello che si riceve divenendo venditori dell’opzione.
Gli operatori, data l’asimmetria di risultati tra vendita e acquisto di opzioni, si sono sbizzarriti nell'inventare numerose strategie date dall'incrocio di differenti contratti, strategie favorite anche da un'altra peculiare caratteristica: la possibilità di operare scegliendo tra più prezzi a termine. Il prezzo a termine è anche detto “strike price” (o “prezzo d’esercizio”, o ancora “base”) e indica il prezzo d’esercizio previsto dal contratto, al quale è possibile acquistare o vendere l’underlying.
Infatti, se un contratto future è univocamente definito specificando la scadenza e l'intenzione di acquistare o vendere, per le opzioni è necessario specificare anche il tipo di opzione: se call o put, e il prezzo d'esercizio (quanto più alto è il prezzo d'esercizio dalla quotazione corrente dell'underlying, tanto più "out of the money" sarà l'opzione call e conseguentemente minore sarà la sua quotazione; viceversa nel caso di opzioni put).
Per chiarezza, è opportuno introdurre ora la definizione di opzione, spesso chiamata "diritto" o "option": attraverso l'acquisto di un'opzione l'investitore acquisisce la facoltà, ma non l'obbligo, di comprare (call option) o vendere (put option) entro la scadenza del contratto (se di “tipo americano”), oppure alla scadenza (se di “tipo europeo”), il quantitativo di attività sottostante che nominalmente fa capo all'opzione stessa; il tutto al prezzo indicato come prezzo d'esercizio, o "strike price".
Va da sé che, nel passare l'ordine all'intermediario, va precisata l'attività sottostante: sul mercato Idem (quello dei derivati) di Borsa italiana si può scegliere, oltre all'indice Ftse Mib, tra le attuali 44 azioni italiane, le cosiddette "stock option" o contratti Iso-alpha. In nessun caso è invece necessario specificare il quantitativo di attività sottostante (il “nominale controllato”, in gergo), dato che in un mercato regolamentato dei derivati come il nostro Idem il nominale controllato, le scadenze e, per le opzioni, i prezzi d'esercizio di ciascun contratto sono standardizzati e quindi uguali per tutti. Rimane dunque da decidere quanti contratti standard acquistare.
Negli ultimi anni numerosi broker consentono di negoziare sulle proprie piattaforme dedicati agli investitori privati una grande rassegna di opzioni Otc ("Over the counter") per soddisfare ogni esigenza: si va dalle opzioni con scadenza settimanale, giornaliera o perfino oraria, a valere su indici azionari internazionali, valute o commodity, alle opzioni binarie.
Esistono 21 strategie standard da adottare sulle opzioni, costituite solitamente dalla negoziazione di due o più casi differenti.
A seconda delle caratteristiche, possono essere raggruppate come segue:

Il tutto con varie sfumature e quindi con diversi profili di rendimento/rischio, oltre che di investimento.
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