Il rischio di tasso o di mercato è uno dei rischi che si presenta quando si investe in obbligazioni. È collegato allo scorrere del tempo e al deprezzamento relativo dell’obbligazione.
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Si tratta della componente globale del rischio, che spesso viene trascurata o sottovalutata dall’investitore privato, sebbene sia spesso la più rilevante quando si parla per esempio di Btp italiani a scadenza non vicina. Il rischio di tasso infatti è connesso al deprezzamento che subirebbe un’obbligazione nel caso in cui si assistesse a un aumento del rendimento espresso dal mercato per la medesima scadenza (le nuove obbligazioni emesse sul mercato offrirebbero rendimenti più alti rispetto alle obbligazioni già esistenti, rendendo queste ultime meno attraenti per gli investitori). In tale circostanza la discesa del prezzo sarebbe l’unica via possibile per procurare un aumento del rendimento di un’obbligazione a tasso fisso, o zero coupon.
Per questi motivi, al rischio di tasso sono quasi immuni i soli bond a cedola variabile indicizzata a un tasso a breve come l’Euribor, che è il tasso di interesse a breve termine corrisposto sui depositi interbancari in euro.
L’effetto di questa importante osservazione risulta evidente osservando la dinamica delle quotazioni del Btp (Buono Poliennale del Tesoro) decennale confrontato con un Cct (Certificato di Credito del Tesoro): nel primo caso si osserverebbe una maggiore variabilità dei corsi, nel secondo caso una relativa stabilità nel tempo a ridosso della parità (ovvero del prezzo di rimborso pari a 100). Per quest’ultimo l’adeguamento ai mutevoli livelli di rendimento richiesti dal mercato avviene infatti attraverso le cedole variabili, che a loro volta sono legate ai livelli dell'Euribor a sei mesi nei CctEu (Certificato di Credito del Tesoro indicizzato all’Euribor), cosa che invece non può avvenire per i bond a tasso fisso dove l’unico fattore che può quindi variare è il prezzo.
Il rischio di tasso, insito in tutti i titoli a reddito fisso, diviene sempre più marcato man mano che si allunga la scadenza. Ovviamente, per chi porta a scadenza i titoli il rischio non si tramuta in una vera e propria perdita in conto capitale, ma in un costo-opportunità, cioè in un guadagno non realizzato o meglio in un rendimento inferiore rispetto a quello offerto dal mercato.
Esistono due modi per misurare la durata di un impiego obbligazionario: il primo, più semplice, consiste nel calcolare quanto tempo manca alla scadenza, ovvero al rimborso del valore nominale del titolo, ed è chiamato vita residua. Un’altra misurazione, invece, risulta molto più utile: la determinazione della durata finanziaria dell’obbligazione o, per dirla all’inglese, la determinazione della sua duration.
Compito principale della duration è uniformare il calcolo della durata di ogni obbligazione a quella che sarebbe se la stessa fosse del tipo zero coupon, in modo da poter effettuare paragoni omogenei. Due bond entrambi con vita residua di cinque anni e tasso nominale annuo del 9%, dove uno paga cedole semestrali e l’altro annuali, hanno infatti la stessa vita residua ma la duration risulta piuttosto diversa: nel primo caso, infatti, il momento dell’incasso delle cedole risulta anticipato rispetto al secondo e quindi il possessore del primo titolo può trarre maggiore beneficio dal reinvestimento delle cedole stesse, motivo per cui il relativo rendimento risulterà più elevato e la sua duration un po’ più contenuta rispetto al secondo.
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