La storia ci aveva consegnato l’inflazione, una variabile indipendente macroeconomica, figlia di macrocicli di politica monetaria. La storia recente, attraverso la «war of necessity» indotta dal Covid, ne ha arricchito la natura: non solo politiche monetarie, ma anche fattori esogeni alle stesse (appunto la pandemia, con i suoi effetti sulle filiere globali e le scelte di politica economica adottate per farne fronte).
I giorni nostri, attraverso le «wars of choice» in Ucraina e Medio Oriente, con le inevitabili conseguenze economico sociali che con miopia i mercati pubblici algoritmici faticano a leggere, ci aprono gli occhi sul fatto che determinati Paesi, dotati di una resilienza strutturalmente maggiore al fenomeno, possano esportare inflazione attraverso i conflitti, utilizzando la stessa come arma di deterrenza nella propria strategia geopolitica: inflazione che, nelle sue forme più estreme, può avere effetti “nucleari”, a rilascio lento e graduale.
Questi Paesi, e le loro aree di influenza nel panorama delle industrie globali di cui fanno parte (a denominator comune, energia, beni di consumo, food e spazio) così come le industrie che permettono a questi conflitti di protrarsi nel tempo (difesa e cybersecurity), sono centrali nelle dinamiche inflattive prima citate.
Prima della decisione israeliana di dare inizio all’operazione Rising Lion, l’Università del Michigan - i cui sondaggi sulle dinamiche inflattive sono molto ascoltati da coloro che negoziano inflazione sui mercati – proiettavano la corsa dei pezzi in Usa ad 1 anno ed a 5 anni oltre il 4.5%.
Questi dati, focalizzandosi sulla componente consumi primaria, rappresentano un importante indice di fiducia dei consumatori sulle proprie capacità di spesa, che, valutando il peso emozionale che la fiducia ha nel consumo americano, e quindi nella componente principale del Pil, è uno degli elementi che orienta l’attuale politica della Fed.
Attraversando l’oceano in direzione Europa, sempre prima degli ultimi eventi in medio oriente, uno degli indici più comuni di analisi inflattiva (HICP), scomposto nelle sue componenti, indicava come iper-inflattati i prezzi del food e dei servizi (che più degli altri settori sono globali) e deflattati invece i prezzi dell’energia
La decisione della Casa Bianca di avviare nella notte di domenica 22 giugno un’operazione militare aerea e bombardare i siti di Fordow, Natanz ed Esfahan, coinvolgendo nell’operazione diversi avamposti militari americani nella regione, determinerà quella “escalation” militare che si presume possa essere nell’interesse delle parti coinvolte, ad oggi, ma non solo: le prime reazioni russe (che domenica 22 hanno condannato fermamente l’attacco, ndr) e cinesi, in attesa delle monarchie sunnite, aprono ad una possibilità di supporto militare all’Iran da parte di Stati ad oggi formalmente non coinvolti.
Non ci è dato sapere se, quando e quali potranno essere le misure di “retaliation” che la repubblica islamica sarà in grado di porre in essere – il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato domenica 22 da Istanbul che incontrerà presto Vladimir Putin per discutere della crisi - ma non è complesso identificare quali siti possano essere oggetto di “retaliation” attiva:
1) South Pars, il più grande giacimento al mondo di gas co-gestito da iraniani e qatarini, da cui si rifornisce gran parte della penisola arabica e l’Europa, bombardato da Israele con il supporto logistico americano, è situato pochi km a nord dello stretto di Hormuz, da cui transita oltre il 20% dell’offerta globale di olio e gas;
2) ?il Mar Rosso, al cui ingresso affaccia lo Yemen, dove una delle proxy iraniane rimane attiva (gli Houti);
3) ?il canale di Suez dove transitano, oltre all’energia, beni per oltre il 10% dei consumi europei, fattore rilevante per l’intera economia egiziana;
4) East Africa, strategica oggi per la costellazione satellitare, in funzione della/e posizioni delle varie monarchie del golfo;
5) ?Iraq e Siria, dove, da oggi, le minoranze tribali sunnite a cui è stata delegata la gestione della Siria e la co-gestione dell’Iraq, potrebbero beneficiare dell’escalation per attaccare gli avamposti americani attivi;
Parallelo ragionamento è possibile farsi a nord, dove il disegno egemone di Mosca sul mar Caspio, e quel che gli sviluppi della guerra in Ucraina comporterebbero dal punto di vista energetico, militare ed agricolo non devono essere sottovalutati
Tutto questo, nelle varie forme possa avverarsi, significa, ancora, inflazione: “headline”, ovvero il tasso di inflazione che include l’energia, che, con enorme fatica le banche centrali avevano riposizionato ad un livello inferiore rispetto al tasso “core” ma che ora, inevitabilmente, crescerà e porterà con sé anche l’inflazione core, che viceversa non era stata curata ancora del tutto (i dark pool americani ora indicano i futures sul WTI in crescita di oltre il 10%); tutto questo in un contesto macroeconomico molto più debole del 2023, con la crescita globale appena rivista al ribasso da World Bank e Fondo monetario internazionale (FMI).
In questo contesto in cui si è eretto fisicamente un muro ad est (il trasporto aereo oggi vola solo su rotte afghane..) per cui è possibile guardare solo ad ovest, l’Europa dovrebbe interrogarsi su quali contromisure siano state poste in essere per non subire nuovamente un’ondata inflattiva come quella importata post Covid dagli Stati Uniti d’America, avendo chiaro che la manifattura europea, vero traino dell’export, vede la sua cabina di regia in Germania, oggi malato convalescente.
Il rafforzamento strutturale dell’Euro, che non fonda le sue ragioni su di un modello matematico di risk parity ma piuttosto su di una percezione di rischio oggi meno negativa per l’area, dovrebbe imporre scelte a tutela di questa percezione. Così come la convergenza dei tassi in Europa, anch’essa trainata dalla percezione di un rischio incrementale tedesco legato alla leva che il Paese pare disposto ad utilizzare per colmare il gap infrastrutturale che lo caratterizza, potrebbe e dovrebbe riaprire quantomeno un dibattito sulla possibilità di un consolidamento del debito europeo, quantomeno per il futuro.
La non azione non è una opzione dopo la decisione di Washington di accompagnare Israele nella sua guerra, con l’ovvia conseguenza di allineare potenzialmente gli interessi europei a quelli americani nelle azioni militari (co-finanziandole). Ma con la non altrettanto ovvia lettura delle possibili divergenti conseguenze che tali azioni e le ipotizzate reazioni potrebbero avere su USA ed Europa; con l’Italia che probabilmente, per un mero tema di logistica militare, qualora le operazioni israeliane ed americane dovessero procedere, potrebbe trovarsi, prima degli altri Paesi europei, a decidere cosa fare. (riproduzione riservata)
*partner HitecVision, professore Università Cattolica