Uno spettro si aggira per l’economia globale: sono gli squilibri macroeconomici. A Evian, i leader del G7 vi hanno dedicato la discussione di una intera mattina, dopo che i loro ministri delle finanze avevano affrontato la questione a più riprese nei mesi precedenti. Macron lo ha voluto infatti come tema caratterizzante della Presidenza francese, commissionando anche una nota di policy a quattro autorevoli economisti.
Gli squilibri globali sono differenze ampie e persistenti tra le principali economie del pianeta nel modo in cui consumano, risparmiano, investono e nel loro livello di importazioni ed esportazioni. In pratica, la Cina produce ed esporta troppo e consuma troppo poco, l’Europa risparmia più di quanto investa e gli Stati Uniti consumano e importano più di quanto risparmino. La Cina ha quindi un forte surplus esterno, così l’Europa, seppure in maniera minore, e gli Stati Uniti hanno invece un cronico forte deficit esterno.
Mentre per alcuni anni queste differenze si erano ridotte, gli ultimi tempi hanno visto il loro rapido ampliamento. Oggi, come ha scritto Martin Wolf sul Financial Times, gli squilibri globali si trovano all’intersezione di quasi tutte le grandi questioni della geoeconomia e della geopolitica. Eccone alcune: passa di qui il «secondo China shock», cioè la nuova ondata di esportazioni cinesi, questa volta non tanto in prodotti a basso costo, ma piuttosto in settori tecnologici. Sono, per esempio, le esportazioni di veicoli elettrici che stanno tanto mettendo in difficoltà le case automobilistiche europee.
Parimenti gli squilibri globali sono visti all’origine dello storico declino della manifattura americana e del depauperamento della Middle America, narrato da JD Vance nel suo libro «Hillbilly Elegy». Nasce qui infatti la dottrina economica Maga, in risposta a queste frustrazioni, centrata attorno al totem dei dazi e del reshoring industriale e ad un possibile riallineamento valutario, il cosiddetto «Mar-a-Lago Accord».
Ma passano anche da qui parte dei problemi europei. Vi è, per esempio, la cronica incapacità di canalizzare il risparmio delle famiglie europee verso l’economia reale del continente. Secondo il Rapporto Letta, ogni anno 300 miliardi di euro lasciano l’Europa per i mercati finanziari americani, così finanziando il deficit esterno di Washington. La risposta di policy qui la conosciamo: è l’attuazione della Savings and Investments Union che superi la frammentazione del mercato europeo dei capitali. Al G7 la Cina non partecipa. Ha quindi evidenti limiti discutere di squilibri globali senza Pechino.
Tuttavia, le indicazioni del G7 indicano un percorso ragionevole di aggiustamento e riequilibrio. I Paesi con deficit esterni, come gli Stati Uniti, dovrebbero adottare politiche di risparmio e consolidamento fiscale, mentre quelli con surplus esterni importanti sono tenuti a rafforzare la crescita domestica. In particolare, la Cina dovrebbe irrobustire le reti di protezione sociale, facilitare i consumi privati e abbandonare politiche distorsive e i sussidi con ricadute negative sugli altri paesi.
Pechino nega l’esistenza del problema e considera le differenze essere il solo risultato delle forze del mercato e quindi della competitività dei prodotti cinesi. Non è sempre stato così, dopo la crisi finanziaria del 2008, all’interno del neonato G20, si trovò un accordo per discutere questi temi in un processo strutturato, a cui parteciparono tutte le principali economie, Stati Uniti e Cina in primis. Il Fondo Monetario e l’Ocse fornivano supporto tecnico alle discussioni.
Non sappiamo se sarà possibile tornare ad un esercizio di quel tipo, al momento sembra improbabile. È certo però che secondo il Fondo Monetario un riequilibrio simultaneo delle principali economie porterebbe ad un aumento sensibile del prodotto globale e ad una diminuzione dei rischi di una nuova crisi finanziaria. (riproduzione riservata)
*Partner Vitale, già capo segreteria tecnica del Mef e Sherpa G20