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Giuliano Amato, presidente emerito Consulta
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Giuliano Amato: vi spiego perché il debito pubblico italiano è diventato enorme. E come lo si può (e deve) ridurre

22 aprile 2024, 02:50 Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2024, 14:17

Intervista all’ex premier e presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato in occasione dei 35 anni di MF. I mali cronici del sistema Paese? Il debito pubblico causato da un sistema pensionistico che privilegiava le uscite anticipate dal lavoro e l’inefficienza della pubblica amministrazione. L’intelligenza artificiale può aiutare l’Europa a recuperare terreno rispetto a Cina e Stati Uniti.  | Il dossier sui 35 anni di MF. Tutti gli articoli e le interviste

«Per fortuna che c’è la tecnologia e l’intelligenza artificiale», afferma Giuliano Amato, senza perdere un grammo della sua ironia nel prevedere cosa sarà dell’Italia e dei suoi atavici problemi a cominciare dal debito pubblico e dall’inefficienza della pubblica amministrazione. L’innovazione che rende accessibile a tutti le invenzioni dell’intelletto darà un contributo fondamentale non solo al nostro Paese ma all’intero sistema industriale europeo, che deve recuperare molto terreno rispetto alla Cina e agli Stati Uniti.

Il presidente emerito della Corte Costituzionale, già presidente del Consiglio, ministro e Garante dell’Antitrust, mi parla proprio grazie alla tecnologia da New York, dove si reca come da tradizione in primavera per soggiorni di studio e approfondimento, di solito alla Columbia University.

Il pretesto per questa lunga intervista esclusiva sono i 35 anni di MF-Milano Finanza. Trentacinque anni di storia italiana e dunque anche di sua storia personale. Quando questo giornale venne fondato nella sua edizione quotidiana per i mercati finanziari, Amato era ministro del Tesoro del governo guidato da Ciriaco De Mita. Il nostro incontro comincia da lì e dalle sfide che l’Italia aveva di fronte a sé poco prima di entrare nell’Unione Monetaria e poi nella moneta unica.

L’Italia prima di Maastricht

Domanda. Presidente Amato, che Italia era prima di Maastricht, prima del 1992 e del suo governo che ha fatto da spartiacque col passato recente della nostra storia?

Risposta. Il Trattato di Maastricht effettivamente contribuì a cambiare le regole del gioco in Europa ma in modo più simbolico che reale, rispetto al cambiamento che ci sarebbe stato dopo con l’avvento dell’euro. Si trattava di regole per le quali noi italiani ci saremmo trovati con un mondo cambiato. Italia, Francia e Germania avrebbero giocato con le stesse regole ma al momento della partenza c’era incompatibilità tra le nostre regole e quelle degli altri.

D. Nel senso che eravamo privi di regole?

R. Nel senso che mi rivelò Franco Modigliani quando ricevetti l’incarico di formare il nuovo governo nel 1992. Modigliani mi disse: è ora che gli italiani rientrino nella razza umana.

D. Addirittura?

R. Addirittura. Parlava di aspetti economici. Franco Modigliani sosteneva che le nostre specificità erano destinate a tenerci fuori dal contesto europeo.

D. E quali erano queste specificità? Immagino non positive…

R. Il debito pubblico, le pensioni, il mercato…

D. Partiamo dal debito pubblico: quando è cominciato ad essere un problema?

R. Molto analisti da anni individuano nell’anno del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, 1981, decretato da Beniamino Andreatta, il momento clou. Ma io credo che il debito pubblico ha cominciato ad essere un problema per noi già negli anni ’70.

D. Perché?

R. Perché aveva iniziato a crescere prima, quando la politica aveva preso l’abitudine di abbarbicarsi sul debito pubblico con spese dissennate, come ad esempio la regola di pensionamento che permetteva di andare in pensione poco più che trentenni con diciannove anni sei mesi e un giorno di permanenza al lavoro. Se si analizzano le spese, si scopre che esse di innalzarono già negli anni settanta, senza che parimenti aumentassero le entrate. E poi questa tendenza è proseguita anche negli anni ’80, intendiamoci. Si tende a dire che il debito pubblico è esploso con i governi di Craxi e Andreotti ma in effetti non è così. È bene che la politica faccia sempre i conti con i costi.

D. E questo storicamente non è successo nel nostro Paese.

R. Non è successo. E poi negli anni ’80 la spesa è cresciuta anche per l’aumento dei tassi di interesse. Il nostro debito è sempre stato più alto degli altri e questo rappresenta una minaccia ieri come oggi: ogni volta che c’è una turbolenza noi italiani siamo quelli che soffrono di più. È un problema che ci segue, fin da quando permettevano di andare in pensione troppo giovani.

D. Perché le pensioni rappresentano la causa principale del boom del debito?

R. Perché, oltre a essere appunto troppo anticipate, le pensioni erano agganciate alla crescita dei salari e quindi della produttività. Ma quale produttività hanno le pensioni? Avevamo un sistema pensionistico che esorbitava i limiti gravando sulla finanza pubblica. Poi c’era un terzo elemento che Modigliani indicava come problematico.

D. Quale?

R. Quello del mercato. Non ho nulla contro la proprietà, che sia pubblica o privata. Ma certo il pubblico è entrato anche nel privato e questo ha creato seri danni perché non possono esserci regole diverse per il pubblico e per il privato.

D. Il suo governo nel 1992 si trovò ad affrontare questi nodi che vennero al pettine tutti insieme: inefficienza del sistema industriale, settore pubblico invasivo, crescita del debito pubblico. Tutto a ridosso del Trattato di Maastricht e con lo scoppio di Mani Pulite.

R. È così. E aggiungerei le banche. Il nostro sistema bancario, che si affacciava all’integrazione europea, era anchilosato, era una bancarella di banche pronte ad essere acquistate da qualche istituto estero che aveva dimensioni molto più consistenti.

D. Cosa faceste?

R. Innanzitutto con la legge che porta il mio nome, grazie soprattutto all’apporto di Bruno Visentini, stabilimmo la neutralità fiscale delle aggregazioni bancarie, questo contribuì a smuovere quella foresta pietrificata, come ebbi modo di definirla a suo tempo. Poi ci furono le misure di Carlo Azeglio Ciampi. Ma io sono stato sempre orgoglioso di quell’articolo 7 della legge scritto da Visentini: fu fondamentale.

D. Come la creazione delle fondazioni bancarie, celebre per un’altra sua definizione. Abbiamo creato un Frankenstein.

R. Al tempo le definimmo enti, ci pensò poi Ciampi a regolarle, ma di certo all’inizio serviva che arrivasse il sangue al cervello di Frankenstein, facendo sì che la loro proprietà restasse pubblica. Il punto di svolta fu nel 1992-1993.

D. Gli anni della super-manovra...

R. Sì. Il debito raggiunse il suo apice allora e i mercati lo avevano capito, perché i mercati alla fine hanno sempre ragione, e noi dovemmo varare una manovra da 30.000 miliardi di lire nel luglio del ’92 per tranquillizzarli, nel mentre c’era anche una forte turbolenza sul mercato dei cambi.

D. Che cosa accadeva in quei giorni?

R. Il mercato era inquieto nonostante la nostra manovra e i nostri sforzi, c’era tensione sui cambi e noi pagavamo interessi molto alti per la decisione della Germania di fare la parificazione del marco Est-Ovest dopo la sua riunificazione. È allora che dovemmo mettere mano al sistema pensionistico.

D. Tornando nella razza umana, come diceva Modigliani.

R. Era inevitabile. Nel settembre del 1992 cambiammo le regole del sistema pensionistico non agganciandolo più ai salari che a loro volta non si agganciarono più all’inflazione grazie alla eliminazione della scala mobile. Già con questa misura mettemmo insieme molte risorse a cui si aggiunsero quelle provenienti dalle privatizzazioni e dalla liquidazione dell’Efim. Il principio della nostra azione era che l’impresa pubblica non deve avere le mani dentro la politica: questa fu la ratio della liquidazione dell’Efim.

D. E in fondo anche la ratio di Mani Pulite. E poi?

R. E poi liberammo anche l’Iri e l’Eni dalla mano pubblica e li sottoponemmo alle regole del codice civile, perché non possono esserci regole diverse per le imprese pubbliche. Tutto questo fu il prologo dell’euro. E con Prodi e Ciampi ci fu il passo definitivo.

D. Questo ci aiutò ad entrare nella moneta unica?

R. Fu fondamentale ma anche il nostro governo diede un contributo importante, preparò il terreno. Poi ci fu l’enorme lavoro di Ciampi che convinse la Germania e il suo amico personale Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank, a farci entrare nell’euro. Ciampi promise che il debito pubblico sarebbe sceso e così fu, sotto il livello del 100%, e per un po’ ci fu effettivamente questa discesa che convinse i Paesi frugali e la Germania a far entrare l’Italia nella moneta unica.

D. I famosi vincoli del 3% e del 60% per deficit e debito sul pil…

R. I numeri di questi tetti non sono magici, ma noi italiani dobbiamo tenerli in considerazione anche se fossero differenti. Purtroppo noi saremmo divergenti anche se quei numeri fossero diversi. E questo in Europa lo sanno. Ma anche l’Europa ha le sue colpe.

D. Certamente, quali le più gravi?

R. Perché non si è fatta l’Unione bancaria? Perché non si è fatta la garanzia centrale dei depositi? Così il mercato unico non è tale.

D. Appunto, perché?

R. Perché sempre i Paesi frugali pensano che mettere in comune le banche e le garanzie significhi accollarsi anche i nostri debiti. I paesi del Nord diffidano di noi e non vogliono il debito comune e questo si è visto anche con il varo del Next Generation Eu, per il quale hanno avuto seri dubbi la Germania e l’Olanda. Purtroppo una delle nostre specificità è quella del debito che continua a pesare.

D. Oggi non va meglio?

R. Tante cose oggi sono migliorate, grazie anche alle tecnologie si gestisce meglio pure il debito pubblico, in genere però siamo indietro noi europei rispetto a cinesi ed americani, anche nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Ma abbiamo anche tanti punti di forza, penso alle nostre medie imprese che sono diventate tali da quando erano piccole grazie alla qualità, alla robustezza e alla affidabilità dei loro prodotti. Mi ricordo che Cesare Romiti mi diceva: ma ci pensi che siamo nel G7? pensa a che punto saremmo se fossimo più efficienti.

D. L’efficienza è un problema anche di oggi.

R. Sì. La nostra industria ha saputo produrre delle medie imprese solide che poi sono diventate multinazionali, penso a Leonardo Del Vecchio, a Ferrero. Sono esempi di genialità tutta italiana.

D. Ci vorrebbe un genio anche per ridurre il debito, ci accompagnerà sempre?

R. Temo di sì. Accompagnerebbe anche Quintino Sella se tornasse su questa terra, sarebbe costretto a considerare fisiologico questo debito pubblico.

D. Ma non si può tagliarlo?

R. Con le tecnologie si può governarlo ma dobbiamo assolutamente scendere dal livello del 150%. Dobbiamo tornare al 100% di rapporto debito-pil. E poi fare due cose fondamentali.

D. Solo due? Quali?

R. Mantenere solida la produttività dell’economia con grandi iniezioni di tecnologia e questo vale per tutta l’Unione Europea. E poi serve l’efficienza dell’amministrazione, perché quando essa non funziona fa pagare un costo altissimo ai cittadini e soprattutto alle imprese che magari proprio per colpa di questa inefficienza perdono quote di mercato o un finanziamento.

D. Soluzioni per sentirsi ancora fieri di essere italiani e competitivi nel futuro?

R. Intanto io personalmente sono fiero di Sinner ma me la cavo con una battuta: speriamo tutti che l’intelligenza artificiale funzioni meglio di quella umana. (riproduzione riservata)



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