L’ultimo giorno del G7 italiano inizia con il sapore agrodolce dell’ultima escursione fuori porta prima del ritorno alla vita di tutti i giorni. Anche se, per i fortunati giornalisti accreditati all’attesissima conferenza stampa di Giorgia Meloni (la seconda, da inizio anno), questa è già la vita di tutti i giorni.
Dei 1.500 accreditati per il summit, i selezionati sono circa 200, caricati su quattro pullman che dalla Fiera di Bari arriveranno a Borgo Egnazia dove, fino a giovedì 14 giugno, i Sette grandi della Terra seduti attorno a un tavolo di radice hanno deciso di continuare a sostenere Kiev, dissanguata da due anni e mezzo di guerra. E dove, in serata, si è celebrato il buon esito del vertice con la voce di Andrea Bocelli e un saggio di taranta prima della cena a base di prodotti tipici. Chissà se i festeggiamenti per il compleanno di «dear Olaf» Scholz si sono protratti fino a tardi. Il regalo più grande al cancelliere dimezzato lo ha fatto la Mannschaft, la Nazionale di calcio tedesca, che giovedì sera ha strapazzato la Scozia nella gara d’esordio dell’Europeo casalingo: venerdì tocca all’Italia debuttare con l’Albania. Un weekend di sollievo per il leader socialdemocratico, prima del ritorno a Berlino a gestire una crisi politica che rischia di deflagrare da un momento all’altro dopo l’exploit elettorale dell’ultradestra filonazista dell’AfD.
Il serpentone di pullman parte alla volta di Savelletri di Fasano alle undici di un sabato mattina di quasi estate, scortato da una volante della polizia a sirena spiegata. Attraversando la città di Bari, oltre agli sguardi contrariati degli automobilisti, spiazzati da un insolito traffico da raccordo anulare, dal finestrino si scorgono i manifesti elettorali affissi per il primo turno delle comunali, lasciati in bella mostra in attesa del ballottaggio in programma il prossimo weekend. La vittoria del centrosinistra con il tandem progressista Vito Leccese-Michele Laforgia (separati al primo turno, ma apparentati al ballottaggio) dovrebbe riuscire a superare il secondo turno senza grossi patemi, mentre sul capoluogo pende la spada di Damocle del commissariamento per mafia.
Sul pullman, i giornalisti si scambiano suggestioni, commenti e numeri di telefono. C’è sempre l’impressione che, da un momento all’altro, debba partire un karaoke, come ai tempi del liceo. Qualcuno si appisola, proprio come in gita scolastica.
Il viaggio dura poco più di un’ora. Nel tragitto, il paesaggio si trasforma lentamente: dallo stabilimento Peroni e dall’(ancora) avveniristico stadio San Nicola realizzato da Renzo Piano per Italia ‘90 ai terreni coltivati a vigneti e uliveti nella piana di Mola di Bari. All’altezza di Polignano, in mezzo ai campi che si dipanano ai bordi della statale Adriatica, spuntano all’improvviso le «pagliare», antiche casette per gli attrezzi di lavoro dei contadini. Man mano che ci si avvicina a Borgo Egnazia, si moltiplicano i posti di blocco a ogni svincolo.
Superate le rovine della antica Egnathia, il serpentone attraversa il paesino di Fasano, blindatissimo da giorni, pur con qualche concessione per un caffè al bar. Poi dritti verso la frazione di Savelletri, tra ulivi secolari e zolle di terra bruna. Tra le fronde, a un certo punto, appaiono le mura bianche di Borgo Egnazia.
Si scende al Golf San Domenico per ingannare l’attesa con un rinfresco vista mare: biscottini, frutta fresca, acqua per idratarsi, caffè per restare svegli. «Solo ieri, avrò fatto duecento cappuccini», sospira sconsolata ma contenta una delle ragazze del catering mentre i giornalisti si dividono tra chi spalma la crema solare su naso e fronte e chi si fa immortalare sull’erba verde del golf club. Qualche selfie, una sigaretta all’ombra, le prime dirette tv per fare il punto della giornata. Una lieve brezza marina lenisce la calura delle ore più calde della giornata. Elicotteri militari si alzano in volo mentre vengono servite orecchiette al sugo e basilico. Cinque minuti per mangiare e si va a Borgo Egnazia: giusto in tempo di una spolverata di cacio ricotta e due forchettate. Poi il trasferimento a piedi nella vicina sala stampa.
Nel resort di Savelletri, in attesa dell’arrivo dei giornalisti, Giorgia Meloni sbriga intanto gli ultimi bilaterali: tra tutti, quelli con il premier canadese Trudeau, il presidente algerino Tebboune e quello della Banca Mondiale Banga. I Sette hanno già smontato le tende: nella notte, Joe Biden si è imbarcato sull’Air Force One dalla pista di Brindisi con destinazione Los Angeles, dove lo aspetta una raccolta fondi insieme a Julia Roberts, George Clooney e Barack Obama.
Alla conferenza stampa tutto lo stato maggiore di Palazzo Chigi con in testa la fedelissima portavoce Patrizia Scurti, che osserva dalla sinistra del palco. A destra, in prima fila ma defilata, la sherpa del vertice Elisabetta Belloni che viene ringraziata dalla premier insieme a tutti i leader, chiamati confidenzialmente per nome. Unico momento di ilarità quando Meloni racconta della serata precedente con le signore pugliesi che preparavano orecchiette fatte in casa per gli illustri ospiti del summit, estasiati da panzerotti e dalle altre prelibatezze del posto: «Sono fiera di aver visto i leader del G7 a bocca aperta, ma anche chiusa», dice ridendo.
Venticinque minuti di riassunto del vertice, venti scarsi per ricevere appena dieci domande e andare via. La gestione della conferenza stampa innesca la protesta vibrante dei giornalisti: «Doveva parlare di meno e rispondere a più domande», è il succo della critica, «sono due anni che va avanti così e l’ultima volta risale al 4 gennaio».
I giornalisti risalgono sul pullman arrabbiati e amareggiati per il trattamento ricevuto: «Non si fa così», «Draghi faceva conferenze stampa dopo ogni consiglio dei ministri», «tutti gli altri leader hanno avuto lunghi briefing con la stampa dei rispettivi Paesi, perché noi no?», sono i commenti che si alternano durante la transumanza di ritorno a Bari. In effetti, se si confrontano i primi sei mesi di governo degli ultimi due presidenti del consiglio, l’ex premier batte in effetti Meloni per 11 a 8: un autentico paradosso, considerando che il primo è sempre stato considerato, a ragione, una figura tecnica e la seconda un animale totus politicus.
Le partenze in serata svuoteranno il Media Centre allestito in Fiera facendo impazzire un’ultima volta i tassisti baresi (appena 150 per una popolazione di oltre 310 mila abitanti), costretti a un fine settimana di straordinari causa la combo letale G7-convegno medico della Società Italiana Glaucoma, con la ciliegina del doppio concerto di Renato Zero nel vicino Stadio delle Vittorie: un ultimo sforzo a coronamento di un weekend di ordinaria follia. (riproduzione riservata)