C’è una generazione che non urla, ma quando decide di parlare lo fa in modo netto e, soprattutto, coerente.
I giovani che hanno votato in massa per il No sono gli stessi che, nei mesi scorsi, sono scesi in piazza per Gaza. Due episodi che, letti superficialmente, possono sembrare distanti o addirittura scollegati. Il primo è stato rapidamente incasellato nel dibattito politico interno; il secondo, con una certa fretta, archiviato sotto l’etichetta rassicurante di pro-Pal. Ma questa semplificazione ha impedito di cogliere la portata reale del fenomeno che sta attraversando in maniera più profonda la GenZ.
Le ricerche condotte da Campus Salone dello Studente insieme all’Università La Sapienza sull’universo giovanile raccontano con chiarezza un cambio di paradigma. Per questa generazione i valori e la qualità della vita contano molto più del potere, dello status o delle logiche di affermazione individuale che hanno dominato la fine del secolo scorso (equità, correttezza e onestà superano il 90% di adesione).
Dentro questa prospettiva anche il voto assume un significato diverso. La difesa della Costituzione viene percepita come prioritaria rispetto all’efficienza della giustizia, che era invece uno dei mantra delle stagioni precedenti. Non è un rifiuto della funzionalità ma una gerarchia diversa: prima il senso, poi il meccanismo.
Allo stesso modo le manifestazioni per Gaza non sono state soltanto espressione di una posizione geopolitica né tantomeno riducibili a una categoria ideologica. Sono state piuttosto l’emersione di un sistema valoriale che mette al centro la dignità umana, la giustizia percepita, l’empatia globale. In altre parole: coerenza con un’identità più che adesione a uno schieramento.
Eppure continuiamo a fraintenderli. Le aziende, per esempio, faticano a integrare i giovani nei propri modelli organizzativi. Ma il problema non è (solo) nei giovani, è nel paradigma con cui li si osserva. Si continua a interpretarli attraverso categorie che appartengono a un’altra epoca, quella dell’efficienza, del mito della fabbrichetta, della carriera lineare, della produttività come valore assoluto: nell’osservatorio agli ultimi posti della scala di valore troviamo potere e visibilità sociale mentre ai primi posti troviamo tempo per la famiglia e stabilità (4,5 su una scala semantica a 5). Una mitologia che questa generazione non condivide più.
Non si tratta di mancanza di impegno (che rimane un item che raggiunge il 75% e cresce al 95% se consideriamo anche gli indecisi) - parola cara ai boomer non adatta a descrivere ciò che accade oggi - ma di una gerarchia di valori e obiettivi che si è profondamente ridisegnata rispetto alla fine del secolo scorso. Nei lavori di ricerca non emerge un deficit di partecipazione bensì una ridefinizione del suo significato.
Abbiamo chiamato il progetto di ricerca Teens Voice perché questa generazione parla poco, ha una postura morbida, educata e non si manifesta secondo i codici tradizionali. Ma questo non significa che non abbia una sua opinione sulle cose del mondo, come troppo spesso siamo portati a credere. Ha parlato con Gaza, ha parlato con il no e questi due discorsi, letti insieme, risultano più coerenti di quanto si pensi, interrogando in maniera decisiva la politica.
Il punto allora non è chiedersi perché i giovani non si impegnano ma imparare a riconoscere le forme nuove attraverso cui esprimono i propri valori.
Non possiamo permetterci il lusso di accorgerci di loro solo quando emergono in modo eclatante. E soprattutto non possiamo continuare a interpretarli con strumenti concettuali che non appartengono al loro mondo. Questa generazione non è silenziosa, semplicemente parla una lingua diversa e sta a noi decidere se vogliamo finalmente impararla. (riproduzione riservata)