Non c’è pace per la galassia societaria della dinastia triestina del caffè, Illy. Prima l’uscita nel 2022 dalla holding di famiglia - non senza qualche mal di pancia e discussione fra fratelli - di Francesco, primogenito (nato nel 1953) del patriarca Ernesto che ha voluto dedicarsi al business del vino.
Poi la complessa divisione, un anno dopo, dell’impero di famiglia da oltre 750 milioni di euro di ricavi aggregati, fra caffè, tè, cioccolato, marmellate, biscotti e succhi di frutta. L’ex politico Riccardo (classe 1955) e suo fratello Andrea (1964) - i due volti noti della famiglia di origini ungheresi giunta ormai alla quinta generazione - sono anche le due figure chiave di casa Illy. In mezzo c’è la sorella Anna Illy Belci (1958).
Sono tutti nipoti di quel capostipite Francesco Illy che nel 1933 aveva fondato l’industria «Caffè e cioccolato Illy & Hausbrandt» nell’ex porto principale dell’impero austro-ungarico per lavorare cacao e caffè che già allora sbarcavano da tutto il mondo.
Ora l’uscita di Daria dalla Holding Illy, la cassaforte di famiglia a monte dell’ammiraglia Illycaffè in cui affluiscono i dividendi del tradizionale business del caffè. È l’unica figlia (classe 1977) di Riccardo. La rampolla si è fatta liquidare il proprio 19% della capogruppo. Materialmente i soldi li ha messi la sub-holding Gruppo Illy. La quota di Daria era il frutto del complesso riassetto sulla gestione del variegato business di casa che nel 2023 aveva visto consegnare l'intero 95% del Polo del Gusto (PdG) al padre Riccardo.
Agli zii Andrea e Anna era andato invece il controllo dell’intero ramo caffè con l’81% (hanno il 40,5% a testa della cassaforte). Si valorizzano le specializzazioni, dando coerenza industriale e garantendo l’armonia familiare, avevano fatto sapere ufficialmente da Trieste.
Le motivazioni meno ufficiali invece pare abbiano avuto a che fare con la voglia dei tre fratelli di garantire percorsi imprenditoriali di crescita per la quarta generazione (che si è già affacciata in azienda dal 2016) e la quinta e la diversità di vedute sulla gestione del core business.
L’industria del caffè è fortemente competitiva. I margini sono continuamente sotto pressione a causa delle forti oscillazioni del prezzo della miscela arabica, fluttuazioni assolutamente incontrollabili come hanno dimostrato i rincari stellari negli ultimi quattro anni. Andrea e Anna sono ancora impegnati in prima linea: Andrea, che per 20 anni è stato ceo di Illycaffè prima dell’arrivo dei manager, ha conservato il ruolo di presidente dell’azienda. Anna (siede in cda) si occupa da sempre degli acquisti del caffè.
Daria invece dalla Illycaffè, dov’era entrata nel 2009 occupandosi di sostenibilità e guidando la controllata Mitaca (macchine del caffè a cialde), aveva fatto le valigie due anni fa. Si sa, nelle aziende famigliari il passaggio generazionale è sempre complicato. La figlia di Riccardo ora vuole dedicarsi a una «nuova sfida professionale».
Dal padre in futuro erediterà anche il controllo del Polo, conglomerato che fra i marchi Domori, Prestat, Damman Freres, Agrimontana e Pintaudi vale circa 120 milioni di ricavi. Nella Holding Illy la rampolla staccava soltanto i dividendi, senza mettere bocca sulla gestione. Dopo la mega divisione del 2023, l’ulteriore riassetto sa dunque di finale già scritto, a cui probabilmente nei prossimi mesi - data la configurazione della piramide societaria - seguirà un accorciamento della catena.
Tutto risolto ora in casa Illy? Non proprio. Anche ai piani operativi c’è qualche grana da risolvere. Come spiegato dal presidente Andrea, Illycaffè - guidata da Cristina Scocchia chiamata a Trieste per andare in borsa e liquidare così Rhone - posticiperà molto probabilmente la quotazione. Prima, l’ipo era programmata entro il 2026. «Ora forse se va bene già dal 2027».
Il business per il momento ha tenuto (630 milioni di ricavi nel 2024, in crescita), ma la materia prima del caffè arabica continua ad aumentare e quest’anno la Scocchia ha già messo le mani avanti preannunciando un rincaro dei listini.
La speculazione non molla la presa in un contesto su cui hanno inciso siccità (in Brasile e Vietnam), blocco del Canale di Suez e le prospettive di una guerra tariffaria. Il caffè verde è rimasto stabile a 100/110 centesimi per libbra dal 2015 al 2021, poi in due anni è raddoppiato, a 250. Nel 2025 è arrivato a 430. Ai massimi da 50 anni. Ora viaggia intorno a 315 centesimi, comunque tre volte il prezzo di dicembre 2021.
Oltre alle tensioni geopolitiche, all’orizzonte ci sono anche i dazi di Donald Trump: gli Usa sono il più grande mercato del caffè a livello mondiale, dopo l’Italia il secondo più importante per Illycaffè. Gli States valgono un quinto dei ricavi. Se la Casa Bianca introdurrà le tariffe sul business dei chicchi neri, il gruppo triestino potrebbe dover iniziare a produrre in loco.
Sul fronte del Polo e del cacao non va meglio. In due anni anche il costo della bacca ha subito un’impennata del 400%, andamento che ha portato il gruppo del cioccolato Domori a chiudere in perdita per 5 milioni nel 2024.
Il caro-commodity ha cambiato lo scenario anche delle strategie del PdG, ribattezzato Incantalia. Il presidente Riccardo Illy - che fino a prima del rally del cacao era alla ricerca di altri prodotti del food come le caramelle - cerca ora un socio per la holding Exgi. Servono risorse per crescere.
L’espansione del portafoglio (verso il salato) per il momento è rimandata. Come la borsa, di cui in casa PdG si parla addirittura da prima del Covid. (riproduzione riservata)