In meno di 100 giorni dall’insediamento, dopo aver brandito la leva dei diritti umani nel confronti con i suoi interlocutori, l’amministrazione Biden sta dimostrando che intende ribaltare le regole del gioco anche sul terreno fiscale. A livello di politica economica, l’intento che persegue non è di inasprire ulteriormente i dazi sulle importazioni per favorire la produzione americana, né di stimolare l’economia agendo dal lato dell’offerta attraverso la riduzione delle imposte sulle persone fisiche per aumentare le disponibilità economiche delle famiglie. Né, tanto meno, intende tagliare le tasse sulle imprese per incentivare la produzione all’interno, come invece aveva fatto la presidenza di Donald Trump. Si agisce sul piano della spesa, con interventi di investimento e di sostegno sociale, prevedendo un consistente aumento delle imposte. Fin qui, non ci sarebbe neppure molto di strano: sarebbe una impostazione neppure eccessivamente keynesiana. La novità è che Janet Yellen, il nuovo segretario al Tesoro, ha anticipato che al prossimo G20 l’amministrazione americana proporrà l’adozione di una sorta di corporate minimum tax: senza un coordinamento internazionale, il programma americano di aumentare l’aliquota dal 21% al 28% non produrrebbe alcun maggior gettito ma incentiverebbe le imprese a localizzarsi fiscalmente all’estero, scegliendo il Paese dove la tassazione è più favorevole. D’altra parte, si è verificato che alla riduzione delle imposte sulle società non corrisponde un aumento delle attività produttive, con un corrispondente incremento della occupazione e del reddito prodotto, ma solo il trasferimento delle sedi legali e amministrative: lo dimostrano i paradisi fiscali, ma anche alcuni Stati dell’Unione europea, come il Lussemburgo, l’Olanda e l’Irlanda. Inutile dire che, durante i negoziati sulle condizioni per la Brexit, i negoziatori europei avevano sempre il timore che la Gran Bretagna potesse usare la riacquisita libertà fiscale per trasformarsi in una sorta di Singapore d’Oltremanica.
Già nella piattaforma elettorale del ticket Biden-Harris non si risparmiavano critiche aspre alla decisione della presidenza Trump di ridurre dal 38% al 21% le imposte sulle società; e si stigmatizzava che nel 2018, a fronte del più alto livello mai raggiunto prima nei buy back di azioni, le imprese americane avessero pagato un livello bassissimo di tasse: appena 271 miliardi di dollari. Non solo non si è arrestato il calo del gettito che si era già registrato in precedenza, passato dai 396 miliardi nel 2014, ai 385 miliardi del 2015 e poi ai 365 miliardi nel 2016: da quell’anno, vigilia dell’insediamento di Trump, se ne è perso addirittura un terzo. Si rilevava non solo il continuo trasferimento all’estero delle sedi legali, ma soprattutto il fenomeno della estero-vestizione delle imprese: per non pagare le imposte in America si simula l’incorporazione da parte di altre di diritto straniero. In queste condizioni di arbitraggio tra le diverse legislazioni tributarie e societarie, una decisione americana di aumentare l’aliquota di imposta sui profitti di impresa non si tradurrebbe in un incremento del gettito ma in ulteriore incentivo a trasferirsi all’estero, magari portandosi via oltre alla sede fiscale anche una quota della produzione. I tempi cambiano: mentre Donald Reagan affermava che gli Stati non sono la soluzione dei problemi, ma la loro causa, Janet Yellen sembra ritenere che la competizione fiscale tra gli Stati non è la soluzione dei loro problemi, bensì ne è la causa. La competizione globale si è fondata in questi anni sulla riduzione continua di tutti i costi, del lavoro, finanziari ed ambientali: la richiesta americana di un accordo multilaterale sugli standard fiscali minimi indica la fine della fede nel liberismo sfrenato. (riproduzione riservata)