Dazi e dollaro debole fanno salire il conto delle acquisizioni incrociate tra Europa e Stati Uniti nel settore alimentare. Da un lato le società del Vecchio Continente hanno spinto l’acceleratore sulle attività di m&a negli Usa per potenziare la produzione in loco e scampare alla tagliola delle tariffe. Dall’altro le aziende americane hanno chiuso operazioni dal valore monstre di 20,7 miliardi di euro in Europa. Il risultato è un controvalore record di quasi 25 miliardi per gli accordi di m&a transatlantici già annunciati quest’anno, secondo i calcoli di Ing Research.
«Ci stiamo lasciando alle spalle un anno di estremi per quanto riguarda le fusioni e acquisizioni nel settore alimentare tra le due sponde dell’Atlantico. E non siamo nemmeno a dicembre», osserva Thijs Geijer, senior sector economist Food & Agri di Ing Research, in un report sul settore. «Le trattative hanno subito un forte rallentamento nel primo semestre. A ciò è seguita un’estate da record con accordi da diversi miliardi di euro». Tra cui quello tra Ferrero e Kellogg nei cereali per la colazione oppure quello per i prodotti a base di patate tra Simplot e Clarebout. O ancora il deal tra Keurig Dr Pepper e JDE Peet’s nel caffè, che da solo vale 15,7 miliardi di euro e gonfia il totale delle acquisizioni effettuate dalle società americane in Europa.
Percorrendo la rotta atlantica in senso opposto i numeri sono inevitabilmente più contenuti, ma comunque in aumento rispetto al 2024. Il valore delle operazioni effettuate dalle società europee negli Usa sfiora i 3 miliardi (contro il miliardo dell’anno passato), anche in questo caso grazie a un mega deal: l’acquisizione di Kellogg da parte di Ferrero per 2,7 miliardi di euro (3,1 miliardi di dollari).
A spingere le imprese europee a valutare lo shopping negli Usa sono stati innanzitutto i dazi. Ma non solo. «Anche gli sviluppi macroeconomici e quelli di borsa creano slancio», aggiunge Geijer. «Le prospettive per l’economia statunitense sono più solide rispetto all’Europa».
Il mercato statunitense, però, ha un alto livello di consolidamento e di rado le aziende europee possono permettersi di acquisire gruppi molto grossi. Di conseguenza, i mega deal come quello Ferrero-Kellogg (con la società italiana in veste di compratore) sono rari. «La maggior
parte dei produttori europei che volesse stabilirsi negli Usa dovrà accontentarsi di operazioni con realtà più piccole», spiega l’esperto.
Inoltre, l’interesse delle società europee a espandersi negli Usa è forte soprattutto in aree come birra, vino, cioccolato, caffè e prodotti a base di patate. In questi segmenti «attualmente gli esportatori europei si trovano in una situazione di svantaggio competitivo poiché i dazi e il rafforzamento dell’euro fanno aumentare il prezzo della loro merce sul mercato statunitense», sottolinea la ricerca di Ing.
La principale alternativa per le aziende europee sembra il Messico. «Il Messico offre un mercato interno considerevole e in espansione, con costi di produzione inferiori di circa il 50% a Usa e Canada che lo rendono attraente per le attività orientate all’export», conclude l’economista.(riproduzione riservata)