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Fondi, una finestra sul mondo. Il risparmio gestito ha permesso alle famiglie di diversificare in tutti i mercati. Ora la sfida è il welfare
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Fondi, una finestra sul mondo. Il risparmio gestito ha permesso alle famiglie di diversificare in tutti i mercati. Ora la sfida è il welfare

22 aprile 2024, 02:28 Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2024, 14:43

Nell’89 quelli aperti gestivano 29 miliardi e nei portafogli retail dominava il Btp. L’innovazione di prodotto e la spinta degli operatori esteri hanno guidato l’evoluzione. La sfida del welfare

Nel 1989 l’industria italiana del risparmio gestito aveva solo cinque anni di vita e i fondi comuni aperti, nati nel 1984, detenevano un patrimonio di 29 miliardi di euro. Oggi, ovvero a fine 2023, sulla base dei dati Assogestioni, l’associazione del risparmio gestito oggi presieduta da Carlo Trabattoni, le masse hanno superato quota 1.100 miliardi dopo aver toccato nel 2021 i massimi storici di 1.152 miliardi che sono scesi a 976 mila miliardi nel 2022 a causa della crisi dei mercati. In ogni caso gli asset stanno recuperando e il confronto tra i due numeri evidenzia il boom dei fondi comuni che hanno insegnato alle famiglie italiane la diversificazione dei portafogli fino ad allora concentrati sui titoli di Stato. Oggi si torna a parlare di Btp people perché i tassi alti hanno fatto tornare in auge i titoli di Stato da sempre strumenti che esercitano un forte appeal sui risparmiatori.

Attenzione alla diversificazione

Ma nel frattempo il risparmio gestito ha sviluppato tutta una serie di soluzioni, strategie e nuovi prodotti in grado di fornire alternative di investimento che possono convivere con i Btp nelle scelte di asset allocation. Gli Etf ad esempio negli anni 80 non esistevano ancora, sono stati introdotti in Italia a inizio degli anni 2000, e mancava anche possibilità più numerose di investire in aree lontane come i Paesi emergenti, Cina in primis che si sta aprendo ai capitali stranieri.

Il decollo dei mercati privati

Non era sviluppato il segmento dei mercati privati, fenomeno molto più recente che ha iniziato a svilupparsi soltanto a partire dagli ultimi cinque-sei anni, grazie all’avvio di normative ad hoc come quella sui fondi comuni legati ai Piani individuali di risparmio, i Pir, nati nel 2017 con l’obiettivo di dirottare risorse finanziarie dalle famiglie verso le pmi italiane che sono la vera ossatura dell’economia italiana. I Pir, che a determinate condizioni permettono un investimento esentasse c’è stato per certi versi un ritorno al passato dato che la maggior parte di loro sono fondi azionari Italia. Hanno debuttato a inizio 2017 e nel 2022 per i primi sottoscrittori sono scaduti i cinque anni di detenzione minima richiesta per avere l’agevolazione fiscale dell’azzeramento delle imposte sui capital gain.

La versione alternativa dei Pir

Poi nel 2020 sono nati anche i Pir alternativi, la versione più illiquida dei Pir ordinari perché sono fondi chiusi dedicati a investitori con disponibilità più elevate e disposti a immobilizzare il capitale per alcuni anni a fronte di rendimenti attesi maggiori. Più di recente sono nati gli Eltif, i fondi chiusi di lungo termine che possono anche assumere la forma di Pir alternativo. E questa crescita è avvenuta anche grazie al contributo dei gestori esteri che hanno portato più concorrenza sul mercato.

Italia sorvegliata speciale

Non è un mistero infatti che l’Italia abbia, nel panorama europeo, uno dei mercati più aperti nei confronti degli operatori internazionali che vogliono entrare nel Paese attirati dal bacino enorme di risparmio delle famiglie italiane. La ricchezza privata è infatti il vero petrolio dell’Italia e oggi, sulla base delle ultime stime della Banca d’Italia, ha superato i 5 mila miliardi. All’inizio sono entrati in Italia gruppi di asset management europei, poi anche statunitensi. In ogni caso tutti si sono affidati per il collocamento alle reti di consulenti finanziari o alle private bank. E per molti di loro l'Italia è diventato oggi uno dei primi Paesi per masse in Europa.

La spinta degli esteri

Due esempi su tutti: M&G e Jp Morgan Asset Management. Per il primo, gruppo britannico presente in Italia dal 2004, quello tricolore è il secondo più grande dopo il Regno Unito con masse in gestione pari a 17,9 miliardi (dati Assogestioni a fine dicembre 2023). Proprio grazie al contributo degli operatori internazionali, l’offerta si è articolata. Se inizialmente i pionieri erano fondi bilanciati o azionari Italia, sono via via comparsi prodotti specializzati su mercati lontani, come gli emergenti. E se fino a qualche anno fa il focus degli azionari (ma anche degli obbligazionari) era sulla specializzazione geografica, negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sugli investimenti tematici. Per cui sono nati ad esempio prodotti specializzati sulle azioni di aziende esposte al business dell’acqua, oppure delle materie prime, poi sono apparsi i nuovi trend legati allo sviluppo del digitale quali l’intelligenza artificiale, oppure la mobilità elettrica, fino ai fondi che puntano sui titoli della salute che sono saliti alla ribalta nell’ambito della ricerca dei vaccini e delle cure anti-Covid

Il nuovo filone Esg

Non solo. Oggi i fondi hanno sposato anche le nuove tematiche di sostenibilità e le famiglie possono scegliere tipologie di investimento che rispettano i criteri ambientali, sociali e di governance (environmental, social e governance, Esg), quelle che fino a pochi anni fa erano appannaggio dei pochi fondi etici che per diverso tempo sono rimasti piuttosto ai margini del mercato quanto a masse. Banca d'Italia stima che a fine 2020 il 17% delle quote di fondi comuni italiani ed esteri detenute dalle famiglie sia costituito da fondi Esg. Purtroppo, sempre secondo un’analisi di Via Nazionale, i fondi Esg investono quasi l'80% del risparmio raccolto dalle famiglie in azioni e obbligazioni estere. Il valore molto elevato di questa quota riflette il fatto che l'offerta di strumenti finanziari da parte delle imprese italiane, già limitata, è particolarmente contenuta per i titoli che rispettano i requisiti di sostenibilità.

Il vero petrolio dell’Italia

Ma il tema di scarsità di bacino su cui investire rispetto alle dimensioni del risparmio italiano è molto più ampio: la capitalizzazione della borsa italiana è una frazione del pil del Paese a differenza di altri stati europei, Regno Unito in prima fila, dove invece è un multiplo. La vera sfida del Paese per valorizzare il risparmio è quindi quella di far crescere il mercato dei capitali tricolore altrimenti la ricchezza delle famiglie detenuta direttamente ma anche tramite fondi comuni e strumenti di previdenza dovrà giocoforza continuare a prendere la via dell’estero e l’Italia si impoverirà. E la sfide è proprio quella di aiutare le aziende italiane a competere in mercati sempre più concorrenziali dato che il risparmio è e resterà il vero petrolio dell'Italia.Tra 35 anni, nel 2046 mattone, borse e bond resteranno, ma probabilmente prenderanno piede nuove forme di investimenti legate al mondo del virtuale, di cui oggi si vedono i primi esperimenti a partire dai Non fungible token (Nft). Senza dimenticare le monete digitali, Bitcoin in primis che quest’anno ha raggiunto il suo massimo storico. C’è chi si spinge a dire che tutta la vita dei fondi comuni sarà gestita su blockchain e ogni quota sarà rappresentata da un token.

L’evoluzione della raccolta

Sul fronte della raccolta, la storia dei fondi vede un andamento altalenante. I flussi non sono stati soltanto condizionati dagli andamenti delle borse o dei tassi dei bond, ma ha contato molto anche la spinta dell’offerta da parte delle banche soprattutto a partire dalla fine degli anni 90. Il picco della raccolta era stato raggiunto nel 1998 (167 miliardi) perché il rally delle borse di quegli anni aveva convinto sempre più famiglie, i cui portafogli erano fino ad allora concentrati sui Btp, a entrare nel risparmio gestito per partecipare al rimbalzo. Poi è iniziata la frenata dei flussi perché le banche hanno puntato sul collocamento dei propri bond.

La concorrenza dei bond bancari

Come ricostruisce una pubblicazione del 2016 della Banca d’Italia, la spinta è arrivata dal venir meno nel 1996 del trattamento fiscale privilegiato dei certificati di deposito che ha determinato la loro sostituzione con le obbligazioni bancarie, tassate invece come i titoli di Stato. La diffusione delle obbligazioni, osserva lo studio, è stata inoltre favorita dal riconoscimento a tutte le banche, non solo a quelle costituite come società per azioni, della possibilità di emetterle, per evitare disparità concorrenziali tra gli intermediari. All’inizio degli anni 2000 le crisi che hanno coinvolto emittenti sovrani (Argentina) e imprese (Cirio e Parmalat) hanno ulteriormente favorito la domanda di obbligazioni bancarie, il cui peso è cresciuto a discapito dei fondi. In sostanza le emissioni obbligazionarie hanno consentito alle banche di soddisfare, fino alla crisi finanziaria del 2008-2009, la domanda di prestiti a medio e a lungo termine, soprattutto di mutui casa.

La ripresa dei flussi

Poi l’impennata dello spread del 2011, e le tensioni dal lato del funding connesse alla crisi del debito sovrano hanno indotto le banche italiane ad accrescere ulteriormente le emissioni obbligazionarie. Dal 2012 il trattamento fiscale privilegiato delle obbligazioni è venuto meno. Gli interessi sui depositi e sulle obbligazioni sono stati sottoposti alla stessa aliquota del 20%, accresciuta al 26% dal 2014, introducendo un vantaggio fiscale per i titoli pubblici (la cui tassazione è rimasta al 12,5%). La liquidità immessa dall’Eurosistema, la contrazione dei prestiti bancari, la revisione dei criteri di stanziabilità dei titoli bancari hanno contribuito al crollo della raccolta obbligazionaria. E così dal 2013 la raccolta delle obbligazioni bancarie si è fermata e in parallelo quella dei fondi è tornata. Nel frattempo il progressivo abbassamento dei tassi a opera delle banche centrali ha reso sempre meno favorevole l’alternativa dell’investimento in Btp.

La nuova fase d’oro e la battuta d’arresto del 2023

Risultato: le famiglie sono tornate a guardare al risparmio gestito e le banche hanno riscoperto il business dell’asset management perché è un attività che richiede poco impiego di capitale e dà buoni margini in grado di attutire il calo degli utili da interessi. Così negli ultimi anni l’industria ha vissuto una nuova fase d’oro. Fino alla battuta d’arresto del 2023 con deflussi per quasi 50 miliardi a causa della ripresa dei tassi che hanno spinto le sottoscrizioni di Btp.

La lezione di Fink

Ma concentrare i portafogli sui titoli di Stato rischia di esporre le famiglie a gap di risparmio soprattutto nell’ottica previdenziale: il tema dell’integrazione delle pensioni future è sempre più di attualità, come ha sottolineato anche Larry Fink, ceo del colosso del risparmio gestito Blackrock, nella sua ultima lettera agli investitori. Da qui la necessità di iniziare fin da ora a provvedere a investimenti che consentano di irrobustire le pensioni pubbliche al momento dell’addio al lavoro. Quel che è certo è che i prodotti destinati al welfare rappresentano una grande opportunità per l’industria nei prossimi 35 anni e anche oltre. (riproduzione riservata)



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