Periodicamente in Italia si torna a discutere di una tassa patrimoniale. In realtà «esistono già diverse forme di tassazione sul patrimonio, anche se spesso non vengono percepite come tali, come il bollo auto». Inoltre «introdurre una patrimoniale solo in Italia favorirebbe la fuga dei grandi patrimoni verso Paesi con fiscalità più vantaggiosa». Per questo, secondo Pasquale Tridico, eurodeputato del Movimento 5 Stelle e presidente della sottocommissione per le Questioni Fiscali del Parlamento Ue, «un eventuale intervento sugli ultra-ricchi dovrebbe essere studiato a livello europeo».
Domanda. Già durante la sua campagna elettorale per la Calabria aveva proposto un intervento sul bollo auto. Perché dovrebbe diventare un obiettivo nazionale?
Risposta. Il bollo auto è una patrimoniale regressiva che grava sulle famiglie senza tener conto della capacità contributiva. Perciò dovrebbe essere prevista l’esenzione per chi ha un Isee fino a 25 mila euro e possiede un’auto di piccola o media cilindrata, comprese le elettriche. L’obiettivo sarebbe triplice: economico, perché si ridurrebbe un costo fisso per molte famiglie; ambientale, perché si incentiverebbero veicoli meno inquinanti; sociale, perché si renderebbe il sistema più equo distinguendo tra chi è in difficoltà e chi dispone di patrimoni consistenti.
D. Ha parlato di patrimoniali nascoste. A che cosa si riferisce?
R. In Italia esistono molte imposte che colpiscono il patrimonio anziché il reddito: l’imposta di registro sugli immobili, sugli asset finanziari, su donazioni e successioni. Il problema non è solo la presenza di queste imposte, ma il loro carattere regressivo, perché comportano esborsi non collegati alla reale capacità contributiva. Lo stesso vale per diversi tributi locali e per alcune componenti della fiscalità comunale, come Tari e Imu.
D. Servirebbe quindi una riforma del sistema fiscale?
R. Sì. In un Paese con una pressione fiscale superiore al 43% occorre interrogarsi non solo sulla quantità del prelievo ma sulla qualità. Serve una riforma che renda il sistema più semplice, equo e coerente con il principio costituzionale della progressività. È necessario garantire anche maggiore equità orizzontale; oggi il reddito da lavoro e da pensione è soggetto all’Irpef progressiva mentre altre forme di reddito seguono regimi separati e spesso più favorevoli. I capital gain, ad esempio, possono essere tassati con aliquote diverse rispetto ai redditi da lavoro. Questo genera squilibri evidenti: l’80% del gettito Irpef proviene da lavoratori dipendenti e pensionati. Ciò significa che il principale finanziamento dello Stato grava su categorie che non possono sottrarsi al prelievo. Occorre inoltre razionalizzare il sistema delle agevolazioni fiscali e delle tax expenditures, accumulatesi negli anni e fonte di ulteriore complessità. Solo redistribuendo meglio la pressione fiscale l’Italia avrà un sistema capace di sostenere crescita, coesione sociale e competitività.
D. Avrebbe senso una patrimoniale vera e propria in Italia?
R. Una patrimoniale introdotta in un solo Paese europeo rischia di penalizzarlo senza ottenere risultati significativi in termini di gettito o redistribuzione. Lo dimostra il fatto che diversi Stati hanno provato a inserirla ma poi abbiano fatto un passo indietro. La ricognizione internazionale operata dal «Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes» della Commissione Ue mostra che 27 Paesi nel mondo hanno introdotto almeno una volta una patrimoniale netta sulle persone fisiche. Di questi, 18 l'hanno successivamente abolita e oggi ne rimangono operative nove. Ben cinque si trovano in America Latina - Argentina, Uruguay, Colombia, Venezuela e Bolivia -, tre in Europa - Spagna, Norvegia e Svizzera - e uno in Africa, l’Algeria. A scoraggiare il mantenimento di una pura patrimoniale sono stati: gli elevati costi amministrativi; la difficoltà di valutazione degli asset; la fuga di capitali; il modesto gettito rispetto alle aspettative. Il rapporto evidenzia che nella maggior parte dei casi le entrate generate dalle patrimoniali sono state contenute e raramente hanno superato il 2% delle entrate fiscali totali. Ciò non significa che il tema delle grandi ricchezze va affrontato in una dimensione europea. Da qui nasce la proposta Zucman per tassare gli ultra-ricchi con un’aliquota aggiuntiva sui patrimoni di oltre 100 milioni, che porterebbe ogni anno 121 miliardi nelle casse Ue.
D. A livello europeo quali sono le priorità fiscali?
R. Almeno tre. La prima è proprio il coordinamento fiscale sulle grandi fortune. La seconda riguarda gli extraprofitti. Negli ultimi anni alcuni settori, dall’energia agli armamenti, hanno registrato guadagni eccezionali favoriti da tensioni geopolitiche e shock internazionali, mentre famiglie e imprese hanno sostenuto costi crescenti. Serve quindi una riflessione europea su strumenti fiscali capaci di intervenire in situazioni straordinarie senza compromettere la competitività.
La terza priorità, probabilmente la più importante, è la digital service tax; le grandi piattaforme digitali operano su scala globale e spesso beneficiano di regimi fiscali più favorevoli rispetto a quelli applicati a piccole e medie imprese e lavoratori. È una questione di concorrenza ma anche di giustizia fiscale. (riproduzione riservata)