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Fine del Pnrr: quali rischi per l'economia italiana?
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Fine del Pnrr: quali rischi per l'economia italiana?

di Sergio Rizzo
25 luglio 2026, 11:00

I fondi europei stanno per finire e che faranno dopo le aziende, a cominciare da quelle edili? Il rischio di un tonfo del pil pare concreto

«L’Italia è oggi davanti a tutti in Europa», esulta Giorgia Meloni il 4 giugno scorso, dopo che Bruxelles ha staccato il nono assegno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: 12,8 miliardi di euro. E siamo così a un totale incassato di 166 miliardi su 194,4. «Abbiamo raggiunto l’85% dei fondi stanziati. Andiamo avanti così, trasformando risorse in obiettivi raggiunti e risultati concreti per i cittadini, le imprese e i territori», aggiunge. Mentre il ministro delegato al Pnrr, il fedelissimo Tommaso Foti, ha spiegato che la spesa effettiva è arrivata a 143 miliardi. Lo rivendica non senza una punta d’orgoglio, anche se è troppo presto per avere un quadro chiaro della situazione. E le sorprese - c’è da immaginare - non mancheranno. Come il contraccolpo all’economia.

Il nodo crescita economica

Se l’Italia «è oggi davanti a tutti in Europa» non lo è sicuramente per crescita economica. In quel caso, anzi, è semmai dietro a tutti. Le stime oscillano fra un +0,5% del Fondo Monetario Internazionale e un +0,7 per cento dell’Istat. E dobbiamo dire grazie proprio ai fondi del Pnrr, che hanno smosso appena le acque stagnanti del nostro prodotto interno lordo. Senza quelli - è opinione di tutti gli economisti e delle maggiori istituzioni economiche - saremmo in recessione piena. La colpa? Ovviamente le tensioni geopolitiche, prima di tutto.

Ma è proprio la situazione che si è venuta a determinare dopo l’invasione russa dell’Ucraina e ancor più in seguito alla guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran a mettere in luce i problemi strutturali della nostra economia. A cominciare dai costi abnormi dell’energia, conseguenza in parte della dipendenza ancora rilevantissima dal gas e dal petrolio esteri, ma ancor più dall’incapacità del Paese a gestire una transizione energetica che sta arricchendo gli investitori finanziari senza alcun benefico riflesso sui costi per le imprese e i consumatori. Il risultato è che il passaggio alle energie rinnovabili rappresenta una tassa occulta perfino più pesante di quella generata dagli effetti delle guerra sulle fonti fossili. E da questo punto di vista il contributo del Pnrr, che doveva essere la fionda per rilanciare rapidamente la transizione e magari abbattere anche il costo dell’energia, non appare percepibile.
Un esempio? La Spagna utilizza per le industrie una quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili pari a quattro volte quella usata dalla imprese dell’Italia, Paese che ormai ha comunque il 40% del fabbisogno coperto con le medesime fonti rinnovabili.

Lo scenario dopo la fine del Pnrr

Ma non è soltanto per i destini della politica energetica, di cui non si scorge un’evoluzione positiva per i bilanci aziendali e familiari, che la fine del Pnrr rischia di aprire uno scenario preoccupante. A questo proposito i dati della spesa pubblica negli ultimi vent’anni sono assai istruttivi. Da questi si ricava che mentre la spesa corrente cresce senza sosta, alla faccia di ogni proposito di tagliare gli sprechi, gli investimenti latitano regolarmente. Si mantengono sempre intorno a una cinquantina di miliardi l’anno contro uscite per il mantenimento della macchina burocratica che dal 2000 al 2026 sono passate da 343 a 788 miliardi di euro. È soltanto a partire dal 2021 che le spese in conto capitale hanno preso a correre, superando di slancio 100 miliardi l’anno. Le ragioni dell’impennata sono due: il superbonus da una parte e il Pnrr dall’altra. Due elementi che sono venuti ora meno, con il rischio di lasciare in crisi d’astinenza innanzitutto il settore tradizionalmente più trainante per l’economia italiana: quello dell’edilizia e delle opere pubbliche. Che cosa faranno le aziende, una volta esaurito anche il filone aurifero del Pnrr? Il rischio di assistere a una nuova picchiata del pil non è affatto escluso.

Non c’è dubbio che il tema s’impone in tutta la sua drammaticità e urgenza. Anche perché le casse dello Stato non sono in condizioni tali da far fronte ai buchi che inevitabilmente la fine del Pnrr lascerà. C’è già qualche esempio. Milano Finanza ha già raccontato la vicenda dell’impianto di «preridotto» che dovrebbe essere realizzato nell’ex Ilva di Taranto per sviluppare la produzione green di acciaio. L’impianto era stato finanziato con i fondi del Pnrr, salvo poi stralciare quel finanziamento per l’impossibilità di completare l’investimento entro il 30 giugno di quest’anno. Il governo aveva promesso che i soldi sarebbero stati a quel punto reperiti da altre fonti finanziarie, ma la Corte dei Conti ha evidenziato in un pronunciamento di qualche settimana fa che le disponibilità non consentono di coprire interamente l’impegno previsto. Risultato? Nelle attuali condizioni è materialmente impossibile che quell’impianto possa vedere la luce. (riproduzione riservata)



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