Per le società finanziari regionali il 2026 si è aperto con buone prospettive economiche e soprattutto importanti novità: dopo anni di sostanziale frammentazione si intravede la possibilità di definire uno status giuridico unitario.
Sinora infatti questi enti sono stati ricondotti a due macro-categorie (con la relativa intersezione): gli intermediari di cui all’articolo 106 del Testo Unico Bancario (Tub) e le società in-house ai sensi del Testo Unico delle Società a Partecipazione Pubblica (Tusp).
A causa della stratificazione di regole e supervisori a lungo è mancata un’armonizzazione regolatoria e organizzativa che rendesse più fluido ed efficace il rapporto con le istituzioni repubblicane da un lato e con le autorità di vigilanza e controllo dall’altro.
Da alcune settimane però è in atto un percorso decisamente interessante, da cui è lecito attendersi risultati concreti. Durante l’esame dello schema di riforma del Testo Unico della Finanza (Tuf) di fronte alle commissioni riunite Giustizia e Finanze della Camera l’Associazione Nazionale delle Finanziarie Regionali (Anfir) ha portato alcune proposte all’attenzione del legislatore.
Con nostra soddisfazione nel parere espresso al termine dell’attività conoscitiva le commissioni hanno invitato il governo a valutare l’introduzione di uno specifico soggetto di diritto privato - le «società finanziarie regionali», appunto - che persegua «in via indiretta e prevalente le funzioni facenti capo all’ente pubblico controllante» per il «sostegno al tessuto economico locale» arrivando anche a delinearne «i requisiti di disciplina».
Ora l’iniziativa passa all’esecutivo, chiamato ad approvare il decreto nella sua forma definitiva. L’auspicio è che il nuovo Tuf definisca i requisiti inderogabili che tali enti sarebbero chiamati a rispettare: oltre a una determinata forma sociale dovrebbero sussistere il controllo da parte di una Regione o Provincia autonoma e, appunto, un’operatività incentrata sul sostegno al territorio di riferimento.
Inoltre il ministero dell’Economia e delle Finanze potrebbe individuare un soggetto nazionale incaricato di redigere una proposta di riforma organica dell’ordinamento settoriale; quest’ultima poi potrebbe eventualmente prevedere la costituzione di un organismo di diritto privato competente a tenere un elenco di tali società nonché a coordinarne l’attività e facilitarne l’interazione con le autorità competenti.
Il punto di fondo è che a fronte di un rilievo economico in espansione la finanza regionale merita regole all’altezza, capaci di rendere più stabile e sicura la cornice entro cui agiscono gli operatori.
Non si tratta di fare un «favore» a questo o a quell’ente né all’Anfir: l’obiettivo ultimo è superare alcune disfunzionalità che pure limitano - magari indirettamente - l’espressione di un potenziale straordinario, di per sé evidente anche solo leggendo i risultati dei soci Anfir (in termini non soltanto finanziari ma anche di «addizionalità» rispetto all’iniziativa privata).
Un ordinamento in cui le finanziarie regionali fossero pienamente riconosciute, con norme in grado di valorizzarne gli elementi distintivi, sarebbe di per sé più forte e meglio connesso con la realtà sottostante.
È uno spirito in linea con quello del nuovo Testo Unico della Finanza, che punta a favorire la circolazione e l’impiego produttivo dei capitali. Ma per raggiungere il traguardo c’è bisogno (anche) dei territori e di chi ha il preciso mandato di sostenerne lo sviluppo.
*presidente Anfir