Tra le gravi situazioni internazionali - le minacce trumpiane a Cuba e alla Groenlandia seguite ora dall'assai preoccupante condizione dell'Iran - l'Amministrazione Usa e il suo presidente Donald Trup non demordono dagli attacchi al presidente della Federal Reserve Bank Jerome Powell.
Si tratta di una manovra che attenta all'indipendenza della banca centrale. È accaduto che il procuratore del distretto di Columbia ha messo sotto inchiesta Powell per il costo della ristrutturazione della sede della Fed a Washington (si tratterebbe di 2,5 miliardi di dollari), a proposto del quale il presidente avrebbe mentito al Congresso.
Powell respinge ogni accusa, è pronto a dimostrarlo e inquadra l'iniziativa nelle intimidazioni tentate in questi mesi da Trump perché la Fed agisce in base all’interesse pubblico e ai dati e a quel che farebbe piacere al tycoon.
In sostanza l’inchiesta giudiziaria viene collegata ai legami con l'amministrazione (e rappresenta un promemoria anche per l'Italia, soprattutto nella fase del referendum sulle carriere dei magistrati).
Comunque, pur non essendo mancati anche in Europa e in Italia casi di attacchi alla banca centrale frutto di connessioni tra politica, economia e magistratura, la complessiva vicenda Usa richiama ancor più quel che è avvenuto non di rado in Paesi dell’America Latina o in altri Paesi, come la Turchia.
Nel caso americano il problema è ancor più rilevante perché riguarda la prima banca centrale del mondo, le cui vicende in qualche modo hanno riflessi sulle altre principali banche centrali del mondo.
Da quando si è insediato, ma anche prima, Trump ha costantemente criticato e spesso insultato Powell perché non ha, secondo lui, promosso una linea di politica monetaria distensiva con un consistente taglio dei tassi.
Il presidente della Fed ha invece dovuto bilanciare la politica monetaria, stante la duplicità del mandato della banca (mantenimento della stabilità dei prezzi e sostegno all'occupazione) e lo ha fatto.
Trump in occasione di una recente visita alla Fed aveva tra l'altro fatto capire l'interesse a un'inchiesta sulla ristrutturazione della sede. Ieri ha detto che non ne sa nulla. Intanto però a dicembre si ipotizzava che in questo mese di gennaio il tycoon avrebbe fatto conoscere - sempre nella logica delle pressioni su Powell, il cui mandato scade a maggio, perché si dimetta anticipatamente - il nome del suo successore tra i diversi candidati, tra i quali spicca il nome di Kevin Hasset, capo dei consiglieri economici dello stesso Trump.
Stando alle controaccuse di Powell - al di là dell’importanza dell'esaustivo chiarimento sugli oneri della ristrutturazione, fondamentale per non fornire appigli benché siano di una manovra in atto da tempo - si deve osservare che l’Amministrazione sta facendo di tutto perché un’istituzione fondamentale nella logica democratica dei pesi e contrappesi finisca con l’essere tutt’uno con il governo: prima Trump ha proibito alla Fed di progettare il dollaro digitale; poi ha stabilito che bisogna includere le criptovalute nelle riserve del Tesoro; quindi ha lasciato intendere che metterà al posto di Powell un suo stretto collaboratore; infine ha intensificato in diversi modi la pressione sullo stesso Powell fino a prenderlo in giro con cachinni e nomi storpiati.
Altro che osservanza delle regole della democrazia, altro che una Fed esempio di autonomia e indipendenza. Powell ha precisato che nessuno è sopra la legge, nemmeno il presidente della Fed, che chiarirà tutto.
Ma qui il problema è ben più ampio e chiama in causa l’Amministrazione statunitense ben prima della banca centrale.
P.S. In Italia intanto è sperabile, in fatto di nomine pubbliche, che a proposito della candidatura al vertice della Consob si individui un personaggio con un curriculum che almeno alla lontana richiami quello impareggiabile di Paolo Savona, il cui mandato si concluderà a marzo. Autonomia e indipendenza intellettuale e morale, alta esperienza e indiscutibile professionalità dovrebbero essere vincoli assoluti. (riproduzione riservata)