Arriva la resa dei conti per Kevin Warsh. La conferenza stampa di mercoledì sera ha evidenziato agli occhi dei mercati l’abilità del nuovo presidente Fed di girare intorno alle domande, ma anche la sua riluttanza ad agire o perlomeno a dare una vaga indicazione sulle prossime mosse della banca centrale Usa.
Da mesi gli Stati Uniti mostrano un’economia solida, grazie al boom degli investimenti AI, e un’inflazione alta, attorno al 4%. Questa situazione richiede un aumento dei tassi. Ma gli analisti di mercato iniziano ora a temere che la Fed, soprattutto a causa delle pressioni di Donald Trump, possa essere troppo lenta nel contrasto all’inflazione.
I timori si sono riflessi in alcuni scossoni nel mercato obbligazionario. Dopo la conferenza stampa di Warsh sono calati i tassi dei titoli Usa a due anni (che sono più influenzati dalle misure attese dalla Fed) mentre si sono impennati quelli a dieci anni e soprattutto a 30 anni (al 5,24%) arrivati ai massimi da 19 anni.
Movimenti di questo tipo si realizzano quando si iniziano a diffondere preoccupazioni per un’inflazione fuori controllo. Il messaggio è chiaro: i mercati stanno mettendo in discussione la credibilità di Warsh nella lotta all’inflazione.
Nei giorni scorsi è emerso anche che il Bureau of Economic Analysis vuole cambiare il modo con cui il carovita viene misurato negli Usa, con l’effetto di ridurre i valori.
Sin dall’inizio del mandato a maggio Warsh ha utilizzato parole da falco, dichiarando di voler fare tutto il possibile per riportare l’inflazione al 2%. Ma il banchiere centrale, voluto al vertice della Fed da Trump, sa che il presidente Usa pretende una riduzione dei tassi. Per questa ragione Trump ha dato del «cretino» al predecessore di Warsh, Jerome Powell, messo sotto accusa anche dal punto di vista giudiziario.
Peraltro proprio Trump, attraverso i dazi, i forti deficit di bilancio e la guerra in Iran, ha fatto tutto il possibile per aumentare le pressioni inflazionistiche e allontanare i tagli dei tassi (che la Fed, prima del suo arrivo, era pronta a varare).
Questa situazione paradossale è ora sulle spalle di Warsh. Per complicare ulteriormente il quadro, Trump è intervenuto mercoledì sera dopo la riunione Fed: «Warsh è fantastico, so che vuole ridurre i tassi», ha detto.
Nella prima conferenza stampa, quella a metà giugno, Warsh si era nascosto dietro le task force avviate con l’obiettivo di ridefinire compiti e strumenti della Fed. Ogni risposta è stata rinviata agli esiti di questi comitati. I mercati hanno concesso allora il beneficio del dubbio. Ma ieri la reazione è stata differente: gli operatori hanno fiutato che alla Fed c’è un problema strutturale.
Warsh ha ammesso che la banca centrale ha fatto e detto poco, ma ha evidenziato l’aumento dei tassi di mercato negli ultimi giorni. Il numero uno della Fed ha così mostrato di sperare che il lavoro anti-inflazione sia fatto dagli operatori, senza azioni da parte della Fed, magari nell’attesa di sviluppi favorevoli dall’economia o dalla guerra in Iran. Ma questa strategia non può durare a lungo.
Se la Fed continua a prendere tempo, a non mantenere le promesse nella lotta all’inflazione e a non rendere esplicita una qualche forma di funzione di reazione, allora i mercati perdono la fiducia nella banca centrale e diventano più volatili.
Secondo i dati pubblicati il 30 luglio, l’inflazione negli Stati Uniti a giugno è scesa al 3,7%, dal 4,1% di maggio. Il calo è però dovuto alla flessione dei prezzi dell’energia che sono poi risaliti a luglio.
I mercati scontano al 60% la probabilità di un rialzo dei tassi Usa a settembre. Per la Fed potrebbe essere una mossa alla fine inevitabile. In questo caso resta da vedere come reagirà Trump e cosa dirà del «fantastico» Warsh, da poco nominato al posto del «cretino» Powell. (riproduzione riservata)