La transizione di Washington dalla strategia del falco (blitz) a quella del boa constrictor (blocco navale) contro l’Iran potrebbe allungare i tempi per lo sblocco dei transiti energetici e derivati nello stretto di Hormuz con effetti recessivi/inflazionistici particolarmente pesanti per le euronazioni.
La scenaristica corrente perlopiù probabilizza un impatto gestibile se Hormuz fosse sbloccato entro maggio/giugno considerando un ripristino progressivo dei flussi energetici nei successivi 3 o 4 mesi: tempo non breve ma importante per la riduzione del moltiplicatore finanziario dei prezzi. Questo è lo scenario migliore con probabilità più elevata.
Ma quella di caso peggiore, cioè durata più lunga della crisi, non è troppo distante per la difficoltà di far riconvergere America e suoi alleati (pur i secondi più disponibili) per aprire entro il blocco statunitense un corridoio di transito sia sminato sia difeso. Semplificando, siamo in un momento di indecidibilità dove gli attori del mercato finanziario sperano in una soluzione abbastanza breve e confidano su una postura attendista delle banche centrali – i segnali la indicano probabile nel breve - che non alzi i tassi monetari per evitare un peggioramento del ciclo temporaneo di scarsità/inflazione. Rassicurante? Per l’Eurozona non lo è perché manca un meccanismo di gestione del caso peggiore. Quello ex-post previsto dall’Ue a seguito di una crisi evidente è insufficiente.
La sospensione del Patto di Stabilità è rischiosa per l’euro: in mancanza di un Tesoro confederale e quindi del sostegno della politica fiscale a quella monetaria è necessario un succedaneo, pur subottimale come il Patto, per mantenere la fiducia sulla moneta. Quindi per difendere l’eurofiducia vedo due soluzioni: accelerazione della convergenza euroamericana (e altri alleati) per transiti sicuri a Hormuz poiché le crisi geopolitiche hanno soluzioni altrettanto geopolitiche e non altre; un megafondo finanziario dell’Ue per la gestione delle emergenze. Poiché la prima soluzione potrebbe essere lenta bisognerebbe accelerare la seconda.
Come? Rivedendo completamente il concetto del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) finalizzandolo al ruolo di Fondo comune europeo per le emergenze (Fce). In particolare, per quali scopi? Nelle contingenze togliere in modo graduato le tasse ai prezzi dei combustibili fossili per limitarne l’impatto inflazionistico compensando via Fce la riduzione degli introiti fiscali nei bilanci statali. In generale, ridurre l’impatto di qualsiasi spesa straordinaria d’emergenza sulle nazioni. Il Fce dovrebbe essere costruito come un demoltitplicatore comune europeo di costo del debito per situazioni straordinarie possibile con diverse formule, tra cui esplorerei quella del prestito irredimibile. Ma ce ne sono altre e la stessa logica potrebbe essere applicata al fondo Safe per la difesa. In conclusione, la trasformazione del Mes in Fce sarebbe un pilastro per l’eurofiducia che ora manca. (riproduzione riservata)