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Euro digitale, una rivoluzione per i pagamenti in Europa

di Lino Enrico Stoppani*
05 febbraio 2026, 21:00 Ultimo aggiornamento: 06 febbraio 2026, 07:12

L'introduzione dell'euro digitale mira a rafforzare la sovranità economica dell'Unione Europea. Ma, per avere successo, deve essere conveniente per esercenti e consumatori, soprattutto nei micropagamenti quotidiani

L’Europa si appresta a compiere un passo storico con l’introduzione dell’euro digitale. Tuttavia, affinché questo progetto non resti un esercizio teorico confinato nei corridoi di Francoforte o Bruxelles, è necessario un bagno di realismo economico. Dobbiamo avere l’onestà intellettuale di ammettere una premessa fondamentale: l’euro digitale non nasce da una domanda spontanea del mercato, né da una richiesta impellente dei consumatori. Nasce, piuttosto, da una precisa e indifferibile esigenza politica: rafforzare la sovranità economica dell’Unione e garantire l’autonomia strategica nel settore dei pagamenti, oggi dipendente da operatori privati extra-europei.

Il nodo dell’ultimo miglio e il ruolo delle Pmi

Se l’obiettivo è dunque pubblico e strategico, la sua declinazione operativa non può essere scaricata interamente sulle spalle del tessuto produttivo privato, in particolare sulle piccole e medie imprese. La vera sfida per la diffusione della nuova moneta, infatti, si giocherà nell’ultimo miglio: al bancone del bar, alla cassa del ristorante, nel negozio di vicinato. È qui che avvengono quotidianamente milioni di interazioni economiche che costituiscono l’ossatura dell’economia reale.

Pagamenti di piccolo importo e logica dei costi

I dati della Bce ci offrono una fotografia inequivocabile. Nei punti vendita fisici del nostro continente, oltre il 50% dei pagamenti riguarda importi pari o inferiori a 20 euro. Se scendiamo sotto la soglia dei 10 euro, l’utilizzo di carte e app crolla al 32,5%, lasciando al contante un predominio quasi assoluto.

Perché accade questo? Non per arretratezza tecnologica, ma per una semplice logica di costi e benefici. Oggi le piccole imprese pagano commissioni sui pagamenti elettronici che sono mediamente tre o quattro volte superiori rispetto a quelle sostenute dalla grande distribuzione organizzata.

Il rischio di irrilevanza dell’euro digitale

In questo scenario pensare di introdurre l’euro digitale aggiungendo un ulteriore onere, o replicando i modelli di costo dei circuiti privati, significa condannarlo all’irrilevanza sin dalla nascita. Se la moneta digitale della Bce non sarà percepita come vantaggiosa – anzi, come più competitiva – rispetto alle attuali carte di debito o credito, gli esercenti non avranno alcun incentivo a promuoverla. E senza l’adesione convinta della rete di accettazione, l’abitudine al suo utilizzo non si radicherà mai tra i cittadini.

Commissioni, concorrenza e successo del progetto europeo

Per questo motivo la proposta emersa a Bruxelles di azzerare le commissioni a carico degli esercenti per le transazioni in euro digitale di basso importo non è una richiesta corporativa, ma una misura di politica economica necessaria. Prevedere un periodo iniziale, ipotizzato in cinque anni, in cui i micropagamenti siano liberi da commissioni, è l’unica leva in grado di scardinare l’oligopolio attuale. Ricordiamo che oggi il mercato europeo dell’acquiring è concentrato nelle mani di 12 operatori che controllano il 78% delle transazioni, e quasi la metà di questi non ha sede nell’Unione Europea.

L’euro digitale deve aspirare a diventare l’equivalente digitale del contante: pubblico, universalmente accettato e, per le piccole spese, privo di frizioni economiche. Se l’Eurosistema vuole che questa valuta diventi parte della vita quotidiana, deve renderla conveniente per chi batte lo scontrino di un caffè. È una questione di sostenibilità per le imprese ma soprattutto di successo per l'intero progetto europeo. Senza la gratuità sui piccoli importi rischiamo di costruire un’autostrada digitale bellissima ma deserta.

(riproduzione riservata)

*presidente Fipe-Confcommercio



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