Ho imparato. Se dovessimo cercare uno slogan per il ritorno in politica di Enrico Letta e il suo manifesto come segretario politico del Pd questo è nel titolo asciutto e netto del suo ultimo libro. Scriveva Letta: «La strada che ha preso l’Italia non mi piace per niente e vorrei che si cambiasse direzione. Per superare questo presente si deve innanzitutto capire perché ci sia arrivata poi bisogna superarlo andando avanti e non indietro». C’è molto qui della trasformazione di quello che fu un tempo un enfant prodige della politica. Ministro a 32 anni nel 1998, ha compiuto tutto il cursus honorum fino alla presidenza del Consiglio. Persa la quale decide che è il tempo di cambiare vita. In Italia non ci siamo abituati. Nel mondo prepandemia la politica viveva con un’area di confort particolarmente ampia. Immobile. Qualunque cosa accadesse. La pausa, il periodo sabbatico, però, esistono.
I consoli romani alla fine del mandato si trasferivano in una provincia dell’impero a lavorare. Un saggio metodo di discontinuità mestiere e cambiamento. In questa discontinuità e nella scelta di tornare di Letta c’è l’impronta del suo maestro Beniamino Andreatta e il suo chiodo fisso dello sviluppo delle competenze dei suoi studenti, di valorizzare sempre le visioni innovative e moderne, sfidanti. Come capitò una volta a uno dei suoi brillanti allievi appena tornato da studi dall’estero che, senza essere stato avvisato, si ritrovò alla presentazione di un suo paper il gotha dell’economia italiana. Di fronte alla sua preoccupazione, Andreatta spiegò, dando l’usuale Lei al giovanissimo studioso (poi in futuro diventato ministro): «Il paper è suo ed è ottimo. E avendolo lei scritto, nessuno dei presenti, ministri o capi azienda, potrà conoscerlo meglio». L’incontro tra giovani di prospettive e grandi vecchi è tratto identitario che accompagna Letta. Formazione ed esperienza. L’Arel di Andreatta e Merloni su tutto. E poi la maturazione definitiva, con il distacco dalla politica attiva con il trasferimento a Parigi a SciencePo e la frequentazione di un altro maestro come Jaques Delors. Contemporanea a questa fase è la nascita della creatura che Letta ritiene davvero più sua. Arrivata dopo esperimenti che non lo avevano forse completamente soddisfatto nella sua voglia di farsi maestro. La scuola di politiche è stato questo. Il suo fiore all’occhiello. Cento ragazzi selezionati ogni anno tra mille. Con video di autopresentazione messi in rete. Con l’impegno personale di Letta a coprirne i costi formativi con l’aiuto di amici della scuola. Incontri periodici senza filtri con grandi esperti e insegnanti. Con l’ambizione, talvolta bias, di creare delle comunità di pari con il fuoco dentro. Da cui imparare reciprocamente a vedere ed immaginare il futuro. Un’interlocuzione culturale costante con le giovani generazioni che nel corso di questi anni hanno frequentato la scuola di politiche. Questa è stata l’idea per proseguire il percorso tracciato da Andreatta. Un nome che torna: la sua malattia fu una sliding door per Letta. Fu dopo il malore in aula del professore che a Enrico toccò in qualche modo di prenderne il testimone al governo come erede. E’ la vita che continua, in qualche modo. Il lascito di Andreatta è stato portato avanti da Letta con pervicacia quasi parossistica. Con i giovani. Talvolta accompagnato da passioni irrefrenabili tra subbuteo e calcetto. Alla fine, da tutte queste esperienze successive il risultato è arrivato. L’idea di poter formare le nuove generazioni creando una sorta di grande supermercato delle idee dalle quali attingere e far contaminare le competenze dei singoli Letta l’ha sempre avuta. Era stata la molla che lo aveva portato a inventare il network Vedrò. E questa prospettiva è poi evoluta definitivamente nel progetto educativo connesso alla nuova vita accademica. Attraverso la scuola di politiche si realizza il sogno di Letta di diventare maestro ancor più che professore. E da qui che parte la sua nuova vita che, facendo un giro immenso lo riporta all’amore di gioventù: il partito. Cento ragazzi all’anno chiamati a formarsi sui temi dell’Europa; dell’economia; della filosofia; della società e della comunicazione. È grazie a questo percorso, un bagno nella virtuale piscina di Coocon, che Letta arriva adesso a essere il segretario di un partito che trova invecchiato nelle sue prospettive.
Si potrebbe dire che la separazione fra Letta e il Pd è un po’ come il paradosso dei gemelli di Einstein: uno ha viaggiato alla velocità della luce e l’altro immobile sulla terra, col tempo che passava a velocità diverse. Il risultato è che uno è rimasto fermo ed è invecchiato di colpo mentre l’altro torna giovane e carico di forza e nuove esperienze. Giovani e vecchi. Immobilismo e velocità. Scuola ed esperienza. Un mix interessante, Riuscirà il miracolo di una nuova relazione impossibile? La speranza è che il paradosso della fisica superi i confini dell’immaginazione e diventi realtà nello spazio della politica. Sarebbe bellissimo. (riproduzione riservata)