L’esito delle elezioni americane del 5 novembre non è andato per le lunghe: Donald Trump è il 47° presidente Usa. Alimenterà, nel bene o nel male, i mercati azionari e la loro volatilità. In ogni caso, «il trend rialzista del mercato non dovrebbe essere compromesso, anche perché i programmi tra i due contendenti sono molto simili», dichiara a Milano Finanza Diego Toffoli, responsabile investimenti di Intermonte Advisory & Gestione. Discorso differente riguarda invece quali settori potrebbero uscire maggiormente influenzati dall’esito delle urne, anche a Piazza Affari. «Con una vittoria di Trump, i comparti più promettenti sono quelli legati a energia e combustibili fossili, aerospazio e difesa, immobili, infrastrutture e produzione, tecnologia, finanza e tlc. Mentre in caso di vittoria dei dem la spinta avrebbe aiutato i settori legati a energie rinnovabili e clima, assistenza sanitaria e industria farmaceutica, infrastrutture e manifattura, tecnologia, media e beni di consumo», indica Toffoli.
Ovviamente, se si guarda al listino milanese, l’occhio cade sulle società quotate più orientate all’export negli Stati Uniti (nella tabella in pagina l’esposizione delle azioni coperte da Intermonte che hanno oltre il 10% dei ricavi in Usa). Nella lista figurano aziende che potevano essere più impattate dalla proposta della Harris di aumentare l’aliquota sulle società dal 21% al 28% se vincerà, mentre il tycoon, quando era alla Casa Bianca, l’ha ridotta dal 35% al 21% e ha implementato altre agevolazioni fiscali che scadranno l’anno prossimo. Ora ha promesso un ulteriore taglio al 15% e una deregolamentazione in molti settori. Ebbene, le società di Piazza Affari più esposte a un potenziale cambiamento della tassazione «sono Stellantis, Tenaris e Prysmian, che generano una quota consistente dei loro profitti in Usa e sono presenti con aziende consolidate nel Paese», spiega Alberto Villa, responsabile equity research di Intermonte. Altre società con un’esposizione rilevante si trovano nei settori consumers, come Campari e De’ Longhi, automotive, come Brembo e Pirelli, e lusso, come Moncler, Brunello Cucinelli e Ferragamo.
Difficile prevedere un aumento indiscriminato delle aliquote, continua Villa, mentre potrebbero essere tenuti in considerazione meccanismi che favoriscano le società che producono e generano ricavi nel Paese e potrebbero essere penalizzate le situazioni in cui la produzione avviene in altre aree geografiche. Si pensi, in particolare, al caso del settore auto, dove una parte della produzione è stata riallocata in Messico, fonte di conflittualità con i piani di Trump. Proprio il candidato repubblicano mercoledì 30 ottobre ha pre-annunciato che, se rieletto, imporrà dazi del 10% su tutte le importazioni dall’Europa. Un possibile ritorno al protezionismo che rischia di innescare una guerra commerciale con gravi conseguenze per gli alleati europei. «Il protezionismo è mediamente negativo per gli utili aziendali in quasi tutte le sue forme. In questi ultimi anni la globalizzazione e l’apertura dei mercati si sono ridotte e, come possiamo vedere dai risultati di società esposte, ad esempio, all’automotive in Cina, questo ha avuto conseguenze molto negative», avverte Villa. Il confronto tra Usa ed Europa sarà complesso e le società che operano negli Stati Uniti dovranno dimostrare di aumentare la produzione direttamente in loco per evitare impatti significativi dalle misure restrittive. In questo caso, precisa il responsabile equity research della sim, settori potenzialmente più interessati sono quelli consumers come il lusso, mentre i gruppi industriali sono normalmente presenti con impianti produttivi direttamente nel Paese, quindi operano già ora come aziende locali. A livello di catene di approvvigionamento, il tema principale rimane quello tecnologico, dove si giocherà una partita molto rilevante soprattutto tra Stati Uniti e Cina, ma con ovvie rilevanti implicazioni per l’Europa.
Oltre al comparto tecnologico, saranno sotto osservazione altri settori strategici come la difesa e il farmaceutico, «dove abbiamo diverse società quotate italiane da monitorare, Diasorin e Recordati in primis, che potrebbero beneficiare dell’approccio di un’eventuale amministrazione Trump», segnala Villa, «favorevole al privato, con maggiori deregolamentazioni e minori sovvenzioni». Contemporaneamente l’attenzione alle tariffe dovrebbe spingere il dollaro. E mediamente «un rafforzamento del biglietto verde ha un impatto positivo sul monte utili delle società quotate in Italia. A parte rari casi, infatti, spiega l’esperto, «un dollaro forte rispetto all’euro si traduce in un aumento dei ricavi e dei profitti nei bilanci in euro delle società italiane». In questo caso le società meglio posizionate sono quelle del settore energy, come Saipem, Eni e Tenaris, realtà industriali molto esposte agli Stati Uniti, come Prysmian, Stm, Pirelli e aziende del settore lusso, come Moncler, Brunello Cucinelli e Ferrari.
Invece, nessuno dei due candidati ha espresso una strategia per gestire il maxi deficit di bilancio che nell’anno fiscale 2024, terminato il 30 settembre, è salito a 1,8 trilioni di dollari, il top da tre anni. L’incremento di 100 miliardi rispetto a quello del 2023 è dipeso dal fatto che le entrate fiscali, nonostante la crescita economica costante e la bassa disoccupazione, non sono riuscite a tenere il passo dell’aumento dei costi dei programmi governativi e dei crescenti interessi sul debito. Quindi, le preoccupazioni relative alla sostenibilità dei livelli di debito sono destinate ad aumentare, spingendo al rialzo i tassi d’interesse e facendo diminuire la disponibilità di finanziamenti per le imprese. «La traiettoria del debito pubblico statunitense è un tema rilevante. La Fed sembra pronta a intervenire e la crescita economica americana rimane solida. In generale, il rischio resta legato a un potenziale calo dei consumi per effetto dei maggiori oneri finanziari. Tuttavia», conclude Villa, «tassi elevati sui Treasury bill non stanno avendo ripercussioni rilevanti sulle decisioni di consumo e di investimento degli americani, anche grazie al buon andamento dei mercati finanziari». Dunque, un rischio calcolato, anche per le società italiane curiose di scoprire chi la spunterà tra Trump e Harris. (riproduzione riservata)