Urne aperte negli Stati Uniti, ma il risultato è impossibile da prevedere. I sondaggi del New York Times, aggiornati a oggi - 5 novembre 2024 -, restituiscono un testa a testa serrato con i due candidati, Kamala Harris per i Democratici e Donald Trump per i Repubblicani, in quasi perfetta parità.
Lo scenario di grande incertezza che circonda il voto fa sì che nessuno dei contendenti possa essere sicuro di ottenere i 270 delegati necessari per vincere. Di conseguenza, i risultati potrebbero non essere immediati e il mondo potrebbe dover attendere qualche giorno per sapere chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca.
Nel 2020, in occasione della sfida tra Donald Trump e Joe Biden, i risultati definitivi sono arrivati quattro giorni dopo il voto. Nel 2016, invece, la vittoria di Trump era stata chiara nell’arco di una giornata. In più, un esito sul filo del rasoio potrebbe dare adito a contestazioni.
I dati disponibili sul sito del New York Times segnalano un leggero vantaggio di Harris a livello nazionale: 49% contro il 48% di Trump. Ma questo non è abbastanza per stabilire chi la spunterà. Sia perché il gap è risicato, e i sondaggi hanno sempre un margine d’errore di qualche punto percentuale, sia perché il sistema elettorale americano non assegna in automatico la vittoria al candidato con più voti complessivi. Ne sa qualcosa proprio Trump che nel 2016 ha vinto le elezioni nonostante la sua avversaria, Hillary Clinton, avesse preso più voti.
Sebbene sulle schede degli elettori ci siano i nomi dei singoli candidati presidenziali e i loro rispettivi partiti politici, in realtà i cittadini americani votano per il delegato del partito corrispondente nel «collegio elettorale» del loro Stato. In base alla popolazione, ogni Stato ha a disposizione un numero selezionato di «grandi elettori»: in totale sono 538, uno per ogni membro del Congresso, scelti dai partiti. Ogni grande elettore si impegna a votare per il candidato del suo partito, qualora vincesse nello Stato di riferimento. Ad eccezione del Maine e del Nebraska, dove i voti del collegio elettorale possono essere divisi tra i partiti in base alle preferenze ottenute a livello distrettuale, gli altri Stati adottano uno schema «winner-takes-it-all»: tutti i delegati vanno al partito del candidato più votato.
Il meccanismo del collegio elettorale è proprio il motivo per cui i cosiddetti «swing states» sono così importanti. Un candidato può, ad esempio, raccogliere tutti i 19 voti del collegio elettorale in Pennsylvania grazie a una manciata di voti in più rispetto al partito concorrente.
Per conquistare la Casa Bianca i candidati devono ottenere la maggioranza dei «grandi elettori», ovvero 270 dei 538 a disposizione. Al momento 445 voti sono più o meno scontati, perciò ne mancano poco meno di 100 che sono in palio negli Stati contesi.
Gli Stati chiave, che decideranno l’esito di queste elezioni, sono sette: Pennsylvania, North Carolina, Nevada, Michigan, Georgia, Wisconsin e Arizona. Tra questi, Harris è in vantaggio solo in Wisconsin e Michigan, secondo i sondaggi del Nyt. Ma in tutti gli Stati il distacco è minimo, inferiore al punto percentuale, con l’eccezione dell’Arizona, dove Trump sarebbe avanti del 3%. Ecco una mappa interattiva con la divisione Stato per stato:
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